ALGERIA

RITAGLI   Se un modo per fuggire   ALGERIA
è diventare cristiani

Julia Ficatier
("Avvenire", 20/8/’06)

A Tisserni, trentenne, piace raccogliersi nella basilica di Notre-Dame d’Afrique, sulle colline di Algeri, dove c’è una magnifica vista sulla capitale, sui cimiteri cristiano ed ebraico e sul Mediterraneo. Viene una volta la settimana da Tizi Ouzou, capitale della Grande Cabilia, per trovare pace: «Qui è così bello, così tranquillo», dice. Tisserni fa parte di quelle migliaia di giovani, soprattutto cabili, che hanno scelto di convertirsi: «Sono cristiano», si limita a dire, non riuscendo a distinguere tra evangelici e cattolici. Sa solo che è stato battezzato in una vasca, che ha ricevuto una Bibbia e non chiede di più. «Essere cristiano significa ritrovare una libertà d’essere che ci mancava tanto. Da un lato, c’è il potere che non ha smesso di schiacciarci, noi cabili, di negare la nostra cultura, la nostra storia, la nostra lingua. Dall’altro, ci sono gli islamisti che volevano imporci un islam duro e puro. Cosa resta della nostra anima berbera? Poco o nulla», osserva il giovane, di mestiere venditore di ferri vecchi, appassionato di immersioni. Un giorno ha persino ricevuto minacce di morte da un gruppo armato solo perché frequentava assiduamente la Chiesa evangelica, che si trova vicino a Tizi Ouzou: «Torna musulmano, o peggio per te», diceva il messaggio. Tisserni non ne ha tenuto conto, così come Tieninem, bel nome da principessa berbera. Venticinque anni, vive a Belcourt, quartiere di Algeri considerato un feudo degli islamisti radicali. Studentessa d’inglese all’università, per poter «un giorno lasciare il Paese e trovare lavoro all’estero», si è convertita l’estate scorsa, durante le vacanze. Due sue cugine, anch’esse cristiane, l’hanno battezzata come fanno gli evangelici, vestita di bianco. «Non ho mai voluto portare il velo – dice – . I miei genitori, che sono musulmani tolleranti, aperti – ma mio padre è solo un piccolo commerciante – , hanno accettato che andassi a capo scoperto al liceo e poi all’università. Avevano paura per me, mi ripetevano: «Figlia mia, sei poco seria. Un giorno "loro" (gli islamisti) se la prenderanno con te». A proteggere Tieninem dev’essere stata la sua aria determinata, lei che non avrebbe mai pensato di convertirsi se non gliene avessero parlato le cugine. «Da allora – confessa – mi sento come liberata da un peso. Ero arrivata a vedere l’islam predicato dagli islamisti come una religione che mi impediva di vivere, di respirare, a me, una ragazza del ventunesimo secolo, i cui antenati berberi si facevano chiamare "gli uomini liberi". Io sono più forte! Ho persino osato dire che sono diventata cristiana ad alcune amiche dell’università, ma non l’ho ancora detto ai miei genitori. Mi hanno guardata stupite, mi hanno fatto un sacco di domande, ma l’amicizia è rimasta. Mi ero informata bene prima di dire loro che in Algeria c’era libertà di religione. Non riuscivano a crederci. Credo che abbiano tenuto il segreto, pur avendo paura per me». Tisserni e Tieninem hanno fatto scelte religiose per dare forma a una libertà di essere e di pensare di cui sentivano la mancanza. Resteranno cristiani o andranno avanti e indietro, come succede a molti giovani algerini che tornano musulmani quando bisogna, ad esempio, sposarsi, in segno di riguardo alle loro famiglie? Youcef, Ali, M’hamed e Hassan hanno tradotto in un altro modo il loro malessere. Sono andati in esilio in Europa. Decine di giovani algerini tentano ogni settimana la traversata dalla città balneare di Aïn Turk, a una decina di chilometri da Orano, e soprattutto da Beni Saf, piccolo porto di pescatori, un tempo città mineraria, costruita ad anfiteatro. In questa città, come dice Abdellatif, 22 anni, uno dei loro amici che ha deciso di partire questa settimana, «non c’è nulla da fare. Non abbiamo un vero lavoro: ci si arrangia. Siamo senza futuro, e viviamo nel continuo terrore che gli islamisti ci ammazzino o che la polizia ci metta in prigione. C’era un emiro del Gia che veniva sempre qui a taglieggiare i commercianti. Noi vogliamo vivere "normalmente", andare al cinema, la sera in discoteca. E non si può fare a Beni Saf». Con i suoi quattro amici ha lavorato sulle barche, in mare con i pescatori. Hanno imparato a riparare il motore in caso di avaria, ad aspettare la bonaccia, tutte cose utili, indispensabili, per portare a termine la traversata fino in Spagna. Alcuni hanno astutamente approfittato di un piano di aiuti ai giovani che offriva loro una barca a motore per diventare pescatori, e si sono così preparati il futuro esilio. Oggi la municipalità ha deciso di fermare quel piano, dopo che parecchi giovani sono scomparsi in mare. Eppure i quattro ragazzi non si sono arresi. All’inizio di maggio si sono imbarcati di notte su una barca a motore, rimorchiandone un’altra, casomai. Sulla provenienza della barca hanno mantenuto il più totale riserbo. Tutti i loro amici di Beni Saf erano sulla spiaggia ad abbracciarli. Ma, come dice Mouloud, «erano scaltri, avevano preso anche un Gps per dirigersi, uno pneumatico, abiti eleganti per cambiarsi appena arrivati sulla spiaggia, perché non li prendessero per clandestini…». Direzione Spagna, Almeria, distante appena 178 chilometri. L’avventura ha rischiato di finire male. In piena notte s’è spento il motore. «Per fortuna che noi, come aggiustatori-motoristi, siamo in gamba – scherza il loro amico Mouloud – . Sono riusciti a farlo ripartire. Ma uno dei quattro, non vi dirò chi, ha avuto talmente paura che è svenuto. All’alba sono arrivati su una spiaggia vicino ad Almeria, si sono cambiati a tutta velocità e hanno nascosto la barca in una specie di grotta, nel caso fosse andata male e avessero dovuto ripetere il percorso al contrario». Secondo quanto narra l’epopea, i quattro ragazzi hanno raggiunto la casa di un "passatore" spagnolo d’origine marocchina. Due sono rimasti in Spagna. Il giorno dopo il "passatore" ha portato gli altri due a Barcellona. Li ha messi sul treno. Come faceva a sapere che il treno l’indomani non sarebbe stato controllato? La domanda resta senza risposta. Ma Youcef e Hassan sono arrivati a Parigi… trentotto ore dopo la partenza da Beni Saf! Poi li avrebbero accolti dei cugini: «Quale algerino non ha parenti in Francia?», osserva ridendo Mouloud. Hanno trovato entrambi lavoro. E Mouloud non cessa di ripetere: «Meglio venire a lavorare in Francia che diventare delinquenti in Algeria perché non c’è nulla da fare. O no?».