Nel varcare, dopo Karol Wojtyla, il cancello di Auschwitz
Il di più di Papa BenedettoOggi pomeriggio, a chiusura del suo viaggio in Polonia,
papa Benedetto XVI
visiterà il campo di sterminio di Auschwitz. Non è la prima volta che un
pontefice si reca in quel luogo di morte, il massimo simbolo dello sterminio
nazista del popolo ebraico. Giovanni Paolo II aveva visitato il campo di
Auschwitz nel 1979, nel corso della prima visita da lui compiuta in Polonia da
pontefice. Papa Ratzinger si muove così nel segno della continuità con il
pontificato del suo predecessore, in un viaggio nei luoghi a lui più vicini:
Varsavia, il santuario mariano di Czestochova, Cracovia, i luoghi della sua
nascita e della sua infanzia. E infine, a pochi chilometri dalla sua città
natale, Oswiecim, cioè Auschwitz.
Con questa visita nel campo, Benedetto XVI ripropone nella maniera più forte
possibile la centralità che la Shoah ha ormai assunto nella coscienza della
Chiesa e del mondo. Una centralità, come rottura senza ritorno del passato e
come fondamento della nostra identità di oggi, che si è affermata a fatica,
lentamente ma che alla fine è diventata coscienza comune, consapevolezza
condivisa dai più. E nell'attribuire alla Shoah questa dimensione di rottura
epocale, molto ha concorso l'itinerario di Giovanni Paolo II, la sua insistenza
su quella tragedia che aveva visto da vicino, la sua apertura al mondo ebraico,
dalla visita nella Sinagoga di Roma a quel bigliettino messo in una fessura del
Muro del Pianto, come un ebreo ortodosso in preghiera, come quegli ebrei
ortodossi che Giovanni Paolo II aveva conosciuto da vicino nella sua Wadowice e
che il nazismo aveva spazzato via come foglie secche.
Da Benedetto XVI, papa tedesco, ci aspettiamo che vada oltre. Riprendere la
preoccupazione e il dolore del suo predecessore per lo sterminio nazista,
infatti, vuol dire superarne la dimensione soggettiva, individuale. Papa
Giovanni Paolo II ci ha tante volte parlato con tono accorato della Shoah, come
un testimone che ricorda un trauma. Benedetto XVI può e saprà trasformare
quell'emozione in ragione. Da lui ci aspettiamo che riconosca e sancisca quel
luogo tanto carico di valore simbolico di per sé come lo spazio di un silenzio,
di un'assenza di parola, di simboli, di segni di appartenenza. Che continui
dall'alto della sua cattedra a porre quel luogo e la Shoah tutta alla memoria
dei cattolici polacchi, una parte sia pur piccola dei quali è troppo vicina a
rifiutarne la memoria, come le polemiche degli ultimi mesi hanno tristemente
mostrato. Lo ha già fatto, condannando l'antisemitismo di radio Maryja, la
radio diretta dal padre redentorista Tadeusz Rydzyk, e la sua visita ad
Auschwitz è anche un netto segnale in questa direzione.
Ma ci aspettiamo, fiduciosamente, di più da chi, provenendo dalla Germania,
regge la Chiesa di Roma e varca oggi il cancello di Auschwitz: chiudere
definitivamente, senza nessuna ambiguità, senza incertezze, la tradizione
dell'antigiudaismo, rompere ogni legame con le radici cristiane
dell'antisemitismo. Voltare pagina definitivamente. Lo ha già cominciato a
fare, con coraggio, fin dalla sua visita alla Sinagoga di Colonia, quando ha
detto che ebrei e cristiani dovevano "dare insieme una testimonianza",
superando così non soltanto l'insegnamento secolare del disprezzo, ma anche le
ambiguità della tolleranza, in favore del pieno rispetto del percorso
dell'altro. Che la visita a quel luogo di infinito dolore lo aiuti in questo
percorso di rinnovamento.