Umberto Folena
("Avvenire", 12/5/’07)
Oggi è la grande giornata delle
famiglie. Di tutte le famiglie. Quelle che
sono in piazza San Giovanni a Roma e per arrivarci hanno fatto appena quattro
passi e quelle che hanno viaggiato per tutta la notte in treno, pullman, aereo,
traghetto… Ma anche di quelle che in piazza non ci sono. La festa è dedicata
a tutti, e tutti sono nei pensieri delle famiglie riunite in piazza San
Giovanni.
Il pensiero va a coloro che una famiglia la vorrebbero, ma non l'hanno. A chi è
in cerca di un amore che sembra inafferrabile. A chi è deluso. A chi ha visto
allontanarsi il marito o la moglie, ha lottato ma alla fine è rimasto solo. A
coloro per i quali la famiglia è nonostante tutto ciò che non dovrebbe essere:
fonte di sofferenza e non di gioia. Vi siamo vicini.
Il pensiero va alle coppie che fanno fatica, specialmente se nella loro fatica
non trovano aiuto alcuno, scarsa comprensione, semmai irrisione e sentenze di
estinzione per la famiglia in sé: anziché incoraggiati a salvare e rendere
più forte il rapporto, troppe voci suggeriscono: rassegnatevi, nulla è
definitivo e gli amori sono tutti destinati a finire, ma altri ne arrivano, e
poi altri ancora…
Il pensiero va a chi ha un "partner", dei figli e una vita avviata
insieme, ma non può o non vuole sposarsi. Nessuno vi giudica. E poiché
sospettiamo che ciò che ci accomuna è comunque più di ciò che ci divide,
speriamo di poter compiere almeno alcuni tratti di strada assieme, e un angolo
di piazza è idealmente vostro.
Il pensiero va anche a chi poteva esserci oggi a San Giovanni, ma non è venuto
per il timore di ritrovarsi a un raduno "contro" qualcuno o qualcosa,
a una piazza riempita per creare divisione. È vero l'esatto contrario, ma
troppi tromboni e trombette hanno suonato e insinuato note false e tendenziose.
"Più famiglia": il segno positivo non è lì per caso. Le famiglie
riunite a Roma, sorte dal matrimonio tra un uomo e una donna, e che investono
ogni loro energia nell'amarsi per sempre, insieme ai loro figli, queste famiglie
vogliono più amore, più coppie, più figli. Più sensibilità da parte del
mondo del lavoro, delle istituzioni, della cultura e dei "mass-media".
Sanno perfettamente che, se una famiglia dichiara fallimento, la responsabilità
è innanzitutto di lui e di lei. Ma sanno pure che chi è isolato, anzitutto
culturalmente, perché nessuno lo incoraggia né lo abbraccia, e invece si sente
ripetere che nulla è per sempre e la famiglia è malata e in via di estinzione,
costui è molto più facile che smetta di lottare.
Il pensiero va pure alle persone omosessuali che, in coppia, cercano di amarsi
in un rapporto che vogliono stabile. La loro non è una famiglia, ma è comunque
un rapporto degno di rispetto che nessuno può irridere o minimizzare. Le
famiglie pensano a loro e non dimenticano il monito a non giudicare, ma amare.
Vorrebbero, a loro volta, non essere giudicate ma rispettate nella loro libertà
di ritrovarsi una volta in piazza a fare festa, senza sentirsi
"strumentalizzate".
Il pensiero va a tutti costoro perché a chi è oggi in piazza, e a chi per
mille motivi non c'è, assolutamente a tutti una famiglia più forte, ottimista
e amata fa bene. Una buona famiglia - capace di vincere le sue piccole o grandi
crisi e non farsene travolgere senza quasi opporre resistenza, come troppo
spesso accade - una somma di buone famiglie rende migliore l'intero Paese e
quindi fa bene a chiunque. Ma proprio per questo la salute delle famiglie
italiane non è un fatto privato che riguarda marito e moglie, o forse qualche
parente meno distratto. È un fatto sociale. Anzi, oggi è il fatto sociale per
eccellenza. Per questo c'è una piazza piena con gli occhi rivolti non a se
stessa, in un'"autocelebrazione" compiaciuta e insipida; ma con gli
occhi rivolti lontano, a tutti gli italiani.
Le famiglie sono la prima risorsa del Paese. Ricordarlo val bene una piazza.