VERSO LORETO

Dalle Dolomiti Occidentali, dove oggi si terrà il pellegrinaggio alla croce sulla vetta,
l’arcivescovo di Cracovia ripercorre i passi del Papa polacco tra le cime che tanto amava.

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«Giovanni Paolo II nella natura ritrovava il creatore.
Lo portava a risalire alle sorgenti della vita, ai suoi significati ultimi».

Giovanni Paolo II, tra i monti che tanto amava...

Da Carisolo (Trento), Umberto Folena
("Avvenire", 7/7/’07)

Due giorni sulle Dolomiti occidentali. Per inaugurare la mostra fotografica sui due Papi - un Giovanni Paolo II e un Benedetto XVI ritratti in singolari "assonanze" - che da qui partirà per un "tour" che la farà approdare tra un anno a Sydney, alla "Gmg" australiana. Per presentare con Gian Franco Svidercoschi il libro «Una vita con Karol». Ma anche per tornare in uno dei più evocativi «luoghi wojtyliani», l'Adamello, e in generale le montagne che Giovanni Paolo II tanto amava, presso le quali si recava per incontrare i giovani che amava ancor di più. Il cardinale Stanislaw Dziwisz, nel far riaffiorare alla memoria quei momenti, ha gli occhi che brillano, un po' di gioia, un po' di commozione: «Vorrei farle una confidenza: all'inizio, il Papa non sapeva nulla dell'Adamello, del suo valore storico e simbolico. Seppe tutto dopo. Venne qui perché non voleva deludere i giovani. L'iniziativa era loro, dei giovani, che desideravano tantissimo il Papa e sapevano che difficilmente avrebbe resistito alla prospettiva di una "gita" sulle montagne che tanto amava».

Quando papa Wojtyla saliva in montagna, cambiava. Il volto diventava più luminoso, il corpo stesso sembrava attraversato da una maggiore energia… Sono solo nostre fantasie? Che cosa accadeva al Papa quando saliva sui monti?

«Non che fosse facile per lui poterci salire… Ma glielo concedevano. Pensavano: questo Papa lavora così tanto, che deve pur avere qualche giorno di riposo. Il fatto è che Giovanni Paolo II nella natura ritrovava il Creatore. I monti, i laghi… erano tutte occasioni per poter stare con Dio. Ricordo bene ad esempio le giornate nel Cadore e in Val d'Aosta, o sulle nevi dell'Appennino: camminava, sciava, ma sempre qualche passo discosto da noi. Desiderava isolarsi per stare da solo con Lui. Ed anche, credo, per tenersi lontano, per pochissimo, dai problemi di ogni giorno».

Per lui la montagna e la natura avevano un valore soltanto metaforico? Oppure, come a noi sembra, sapeva godere dell'aria pura, dei suoni, dei profumi, della vista di panorami di per sé belli?

«Le cose belle della natura gli consentivano di vedere tutto il resto in modo più limpido e profondo. Gli permettevano di risalire alle sorgenti della vita stessa, ai significati ultimi. Però è vero, era capace di gioire per le cose più semplici. Durante le escursioni, e le giornate in montagna "rubate" alla "routine" vaticana, gli capitava di fermarsi a mangiare e bere qualcosa con i ragazzi della Vigilanza, e poi di cantare insieme. Gli piaceva tantissimo cantare i canti tipici, sia polacchi sia italiani. Era un Papa che accorciava sempre la distanza tra sé e gli altri. Che cercava il contatto».

I giovani, anche in occasione di questo pellegrinaggio sull'Adamello, non smettono di ricordare il "loro" Papa. Qual era il suo segreto? Perché tanta facile presa su soggetti "difficili" come i giovani?

«Da lui emanava una qualche forza spirituale che trasmetteva una calma straordinaria. Poi, con la sua personalità, dominava naturalmente qualsiasi folla. Ma non dobbiamo pensare soltanto ai grandi raduni di massa. C'è un piccolo, enorme episodio che mi colpì tantissimo. Wojtyla invitò a cena una famiglia ebrea americana: nonna (una filosofa), padre (un giudice), figlia e figlio ventenni. Il ragazzo non aprì quasi mai bocca per tutta la cena. Alla fine, senza preavviso, disse queste uniche parole: "Io qui, stasera, sento la presenza di Dio". Poi chiese: "Posso cantare?". E accennò a due preghiere, in inglese e in ebraico».

I critici più radicali storcono il naso: i giovani applaudono il Papa, ma poi fanno quel che gli pare.

«Una premessa: tutti noi, nessuno escluso, giovani e meno giovani siamo peccatori, tutti bisognosi del perdono di Dio. Però la critica è ingiusta: conosco tantissime persone, giovani e meno giovani, che hanno creduto e vivono i valori proclamati da papa Wojtyla».

Per i giovani sarà un'altra estate di pellegrinaggi. Proprio sulle grandi vie percorse dai pellegrini, in passato, i popoli europei si incontravano e condividevano valori e speranze, forgiando a poco a poco un cuore comune. Un'esperienza in qualche modo ripetibile oggi?

«Oggi il destino degli europei si gioca attorno all'unità culturale, fondata su forti valori comuni. Ciascun popolo è chiamato a portare il contributo delle proprie specifiche radici culturali. Insieme, gli europei sono chiamati a riconoscere il Creatore, e quindi il fatto di essere creature. A riconoscere che ci sono leggi naturali che non mutano. Dirò di più: non è essenziale che la "Costituzione europea" nomini esplicitamente Dio, purché si appelli alle leggi naturali. Non possiamo metterci in balia del vento del relativismo, che soffia dove vuole, privi di timone e di bussola».

Lei conosce bene i giovani sia italiani che polacchi. Sono di più le somiglianze o le differenze?

«Con le dovute eccezioni, sono convinto che i giovani europei siano in larga parte molto simili tra di loro».

Se Giovanni Paolo II fosse presente a Loreto a settembre, che cosa direbbe ai giovani italiani?

«Le stesse identiche cose che dirà Benedetto XVI. Non lasciatevi guidare dalle "aberrazioni", non fatevi manipolare, non cedete alle ideologie "fasulle". Ma prendete in mano la vostra vita, siate responsabili. Tenete ben salde le redini del vostro futuro».