Nella Messa
conclusiva in Duomo, i temi dell’assemblea in terra toscana
si legano a quelli del "Convegno ecclesiale di Verona" di un anno fa.
Il primo «bene comune»? La
persona ![]()
L’arcivescovo
di Pisa, Mons. Plotti:
«Cerchiamo spazi nuovi per annunciare la speranza».
Da
Pisa, Umberto Folena
("Avvenire", 21/10/’07)
Ci voleva la "Settimana
sociale" per
potersi godere piazza dei Miracoli e il Duomo come dovevano essere un secolo fa.
Ci voleva una domenica mattina gelida sotto un cielo terso, ripulito dal vento.
I chioschi di "souvenir" sono ancora chiusi, la spianata è silenziosa
e i turisti americani e giapponesi sono ancora nei loro alberghi. Il Duomo, il
gioiello in romanico pisano che di anni ne ha quasi mille e in cui sono
riconoscibili le mani e i contributi di fede e arte di svariate generazioni di
cristiani, è tutto per i mille delegati.
I delegati sono ospiti dell’arcivescovo di Pisa,
monsignor
Alessandro Plotti.
Che nell’omelia attinge alle tre letture offerte dalla liturgia applicandole,
«senza forzature», alla conclusione della Settimana. Plotti riassume le tre
letture in tre parole: «Preghiera; formazione; perseveranza».
C’è Mosè che prega, in piedi in cima al colle, mentre Giosuè guida i suoi
che combattono contro Amalek: «Dobbiamo recuperare il primato della preghiera
– sono le parole di Plotti – anche nella costruzione del "bene
comune",
perché dobbiamo realizzare il Regno di Dio sulla terra (...). Noi tutti
dobbiamo contribuire affinché (...) tutti possano godere del bene che è la
giustizia, la pace, la salvezza, la libertà: connotati fondamentali del Regno
di Dio».
Plotti cita un lungo brano della "Gaudium et spes" («parole non
obsolete»), tratto dai paragrafi 41 e 42: «La Chiesa, in forza del Vangelo
affidatole, proclama i diritti umani e riconosce e apprezza molto il dinamismo
con cui ai giorni nostri tali diritti vengono promossi ovunque. Ma questo
movimento deve essere impregnato dello spirito del Vangelo e deve essere
protetto contro ogni specie di falsa autonomia». Plotti, per brevità, omette
il seguito del n. 41, dove i padri conciliari mettono in guardia dalla
tentazione di ritenere «che i nostri diritti personali sono pienamente salvi
soltanto quando veniamo sciolti da ogni norma di Legge divina. Ma per questa
strada la dignità della persona umana, nonché salvarsi, piuttosto va
perduta».
«La missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa – è ancora il
Concilio, richiamato da Plotti – non è di ordine politico, economico e
sociale, il fine infatti che le ha prefisso è di ordine religioso (...).
La Chiesa, inoltre, riconosce tutto ciò che di buono ci trova nel dinamismo sociale odierno, soprattutto nel movimento verso l’unità, nel progresso di
una sana socializzazione e nella solidarietà civile ed economica».
Questo, spiega l’arcivescovo di Pisa, è il Regno che siamo chiamati ad
annunciare: «Un Regno di giustizia e di pace». È il momento di ricordare, un
anno dopo, il "Convegno ecclesiale di Verona" citando il contributo di Paola
Bignardi: «Non basta una fede più generosa, occorre oggi una fede disposta ad
abbandonarsi all’azione dello Spirito», ritrovando «l’essenziale nel
Signore Gesù», e così rigenerare «le nostre volontà di amare questo mondo
con ascolto e rispetto e non con timore, capaci di dialogo con tutti».
Mani alzate come Mosè, dunque, «ma non in stato di resa», perché «la stessa
nascita di Israele come popolo è una liberazione al tempo stesso religiosa e
politica. Allora radicare la dottrina sociale della Chiesa nella Bibbia è la
riscoperta della vera preghiera dove si ritrova il principio della dignità e
del valore assoluto della persona umana».
Verona, dunque. E la seconda parola: formazione. Plotti vede «una Chiesa che
non si chiude, ma va cercando spazi nuovi per annunciare la speranza»; laici
che «sappiano senza "precomprensione" e complessi di sudditanza
aiutare la Chiesa tutta a una lettura "sapienziale" dei segni dei
tempi». Laici capaci «di accoglienza, di ascolto, di dialogo, di
compartecipazione», in grado di cogliere «i germi di bene, di onestà, di
pulizia, di pace e di giustizia», che sono «più numerosi di quanto le nostre
indagini e i nostri giudizi individuano».
Infine la perseveranza, con la vedova che chiede giustizia al giudice disonesto.
Per Plotti è un invito a schierarsi dalla parte dei poveri: «È inutile
affilare le armi, mostrare i denti». È un invito «all’umiltà e alla
semplicità (...). Quanto bisogno c’è di questo clima diverso, che è quello
del dialogo, dell’accoglienza, dell’ascolto in umiltà, senza
"prosopopea",
senza trionfalismi perché con i fatti bisogna dimostrare che noi non cerchiamo
potere, ma cerchiamo di essere a servizio dell’uomo».
Non sono le ultime parole di Plotti. Al momento del congedo, esorta «a lavorare
e restare uniti. Se restiamo estranei e divisi, il bene comune non si fa». E
infine: «Portate un po’ di spirito pisano nelle vostre Chiese». Livornesi e
fiorentini sussultano, ma solo per atto riflesso.