CHIESA NEL MONDO

RITAGLI    APPUNTI DEL VIAGGIO IN ALGERIA    ALGERIA

L'Algeria ci attende!

Sr. Francesca e Sr. Theresa...

Mons. Claude Rault, Vescovo della Diocesi di Laghouat-Ghardaia!

"Non si può venire in Algeria con l’idea di convertire, se non se stessi".
Sono le parole di Mons. Claude, vescovo di Laghouat-Ghardaia,
che hanno più colpito Sr. Francesca, che ha visitato la sua diocesi
e racconta l’incontro con questo paese africano.

Sr. Francesca Fazzini
("Missionarie dell’Immacolata", Agosto-Settembre 2006)

Avevo sentito dire che noi, Missionarie dell'Immacolata, eravamo state invitate ad aprire una comunità in Algeria, nella diocesi di Laghouat-Ghardaia, per la quale il PIME sta preparando la partenza dei primi 3 Padri destinati a quella Chiesa, e più precisamente alla missione di Touggourt. E quando sr. Theresa, la nostra superiora generale, mi ha chiesto di accompagnarla in una visita in Algeria, ho provato una grande gioia per la possibilità che mi veniva offerta di conoscere la realtà di un altro Paese africano, dopo aver vissuto molti anni in Camerun. Da quel momento ho cercato di documentarmi per saperne di più sul Paese e sulla Chiesa che dovevamo visitare.

Un viaggio nel DESERTO

La prima tappa è Algeri. Mi colpiscono le belle colline su cui si stende la città, i grandi edifici popolari, le antenne paraboliche che si vedono su tutte le case, le strade asfaltate in buono stato... Una sola chiesetta con una piccola croce e poi ecco la grande basilica dedicata a "Notre Dame d'Afrique", in cima ad una collina, quasi a strapiombo sul mare.

Lasciamo Algeri per raggiungere Ghardaia, a sud del Paese: 600 km di strada asfaltata, 8 ore di viaggio per arrivare a destinazione.

Attraversiamo una catena di montagne con una fitta vegetazione nelle zone meno abitate e campi ben coltivati nelle zone più pianeggianti. Su queste montagne, ad un centinaio di chilometri da Algeri, la strada passa vicino al monastero di Thibirine dove furono trucidati i 7 monaci benedettini nel maggio 1996.

Scendendo la catena montagnosa dell'Atlas, entriamo nel deserto del Sahara, a tratti roccioso e a tratti sabbioso; a sud le dune di sabbia, più a nord il deserto fiorito, grazie alle piogge cadute nei mesi appena passati.

Non immaginavo di vedere città tanto grandi in pieno deserto, oasi con palme da datteri che contrastano con gli innumerevoli tralicci di ferro che, come alberi nel deserto, trasportano la corrente elettrica in tutto il Paese. Grazie ai giacimenti di petrolio e gas naturale, il Paese ha potuto svilupparsi e ha una rete di strade che permettono alla popolazione di viaggiare senza troppi ostacoli. Passato e modernità: sono ben visibili greggi di capre e cammelli, insieme alle "torchères" sempre accese che mostrano, anche da lontano, la presenza nel deserto di pozzi dove si estrae "l'oro nero".

La poesia e la cruda realtà del deserto sono davanti a me, mentre viaggiamo in automobile e la sabbia sollevata dal vento ci obbliga a rallentare la corsa, per evitare di andare fuori pista.

Raggiungiamo Ouargla.

Proprio in questi giorni, la comunità musulmana celebra l'anniversario della nascita di Maometto e abbiamo modo di vedere e soprattutto di "sentire" come si preparano e come celebrano il loro natale. Con il Vescovo, i padri e le suore di Ouargla gustiamo i piatti tradizionali della festa presso una famiglia musulmana.

Da Ouargla ci spostiamo a visitare la cittadina di Hassi-Messaoud, dove si trova la missione che il Vescovo vorrebbe affidarci. Questa località è a 150 km dalla missione dove andranno i padri del PIME ed è il campo base di diverse compagnie petrolifere che operano nella zona.

Il Vescovo sta facendo ristrutturare la casa che si trova accanto alla chiesetta e spera che un giorno possa accogliere le Missionarie dell'Immacolata.

Le PERSONE incontrate

La prima persona che ci introduce nella nuova realtà è mons. Claude Rault, dei Padri Bianchi, il Vescovo di Laghouat-Ghardaia, la diocesi più grande del mondo per estensione (più di 2 milioni di kmq) e più piccola per il numero di cattolici residenti, una sessantina, dispersi in una popolazione di oltre 3.000.000 di musulmani.

In questa diocesi Charles de Foucauld ha trascorso parecchi anni della sua vita; qui è morto ed è stato sepolto. Mons. Claude mi ricorda questo piccolo grande fratello del deserto, beatificato a Roma nel novembre 2005.

Le "Soeurs de Notre Dame d'Afrique", dette Suore Bianche per l'abito che portavano, sono state le prime suore che abbiamo incontrato arrivando ad Algeri e poi a Ghardaia. Ci hanno accolto e ospitato durante i primi giorni del nostro soggiorno algerino e ci hanno introdotto alla conoscenza del Paese e della sua Chiesa.

Anche le Piccole sorelle di S. Francesco, di origine francese, ci hanno ospitato con tanta cordialità e ci hanno dato interessanti informazioni sulle possibilità di essere presenti nel Paese come religiose. Ci hanno mostrato le loro attività e fatto conoscere famiglie, quartieri e villaggi dove svolgono il loro apostolato.

Infine abbiamo conosciuto le comunità dei Padri Bianchi a Ghardaia e a Ouargla, oltre ad alcuni volontari laici che prestano servizio al centro della diocesi.

Qualche RIFLESSIONE...

A quali necessità cercano di rispondere le religiose femminili presenti in Algeria? C'è tanta povertà, ci sono molti disabili, c'è necessità di lavorare per la promozione della donna, sono richieste biblioteche, mezzo culturale per entrare in relazione con i giovani, e l'insegnamento del francese e dell'inglese. È necessario conoscere il francese e l'arabo. "Ci sono tanti amici, qui", dice il Vescovo; "ed è una grande sofferenza vedere comunità religiose che si ritirano dal Paese per mancanza di personale. Così facendo, viene meno una presenza del Regno in mezzo a questo popolo. La presenza della Chiesa è il piccolo seme che silenzioso attende il momento di germogliare; è tuttavia una presenza che, senza voce e senza parole, aiuta a cambiare la mentalità dei nostri amici musulmani. Il Regno di Dio è più grande della Chiesa, per questo non bisogna aver paura o scoraggiarsi per la piccolezza di una presenza e la sua apparente infecondità; la Chiesa, nella sua debolezza, vuole mostrare il Regno che cresce, rendere presente l'umanità di Gesù. Non si può venire in Algeria con l'idea di convertire, se non se stessi".

Ritengo un vero dono aver potuto fare questo viaggio. Sento l'appello di una Chiesa che vive di fede, resiste nel deserto e crede in un futuro che ancora non vede.