NUOVI MEDIA E SOCIETÀ

L’informazione e il commercio che viaggiano sul "Web"
sono ormai un elemento portante della crescita.
Ma nelle regioni subsahariane tutto ciò resta un "miraggio",
sia per la mancanza di "infrastrutture" tecnologiche,
sia per la "miopia" di molti governanti.

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"Internet" ancora per pochi. Forte freno allo sviluppo.
Se si esclude il Sudafrica,
il resto del "Continente" non ha quasi accesso alla "Rete".
Soltanto qualche postazione pubblica grazie al satellite.
Interi Paesi tagliati fuori dalla "rivoluzione informatica".


Francesca Fraccaroli
("Avvenire", 29/1/’08)

L’"Internet Cafè Paris" di Goma brulica di giovani congolesi che aspettano il loro turno per potersi collegare alla "rete", non appena uno dei cinque computer si renderà libero. Si chiacchiera ad alta voce, seduti in due o tre intorno a un terminale "riciclato" che, per la lentezza nello scaricare i dati, obbliga ad attese eterne. Tutti accalcati in una "bettola" con il tetto di legno e paglia, dal quale scendono "aggrovigliati" cavi e fili che consentono ai ragazzi di questa cittadina subsahariana di "chattare" con i loro coetanei in Europa e America, farli sentire vicini al resto del mondo, quello ricco e sognato, aggiornarsi su musica e ultime tendenze o accedere a borse di studio. «Vengo spesso in questo "Internet Cafè" – spiega Desiré Mugambu – per avere notizie di mio fratello che lavora a Bruxelles. Qui, in Congo, quasi nessuno possiede un computer a casa, solo fuori, a pagamento, abbiamo accesso al "Web"». In effetti, per connettersi dagli "obsoleti" terminali del piccolo "cyber-cafè" bisogna armarsi di pazienza, la linea è lentissima e ci vuol tempo per aprire le pagine dei più comuni siti internazionali. La grande "parabola" che campeggia, quasi a schiacciare la precaria "baracca", sostituisce le linee telefoniche terrestri, inesistenti. Alla corrente elettrica pubblica, che salta in continuazione, si alterna il rumorosissimo generatore, che pure ha un’autonomia limitata. E non è una realtà solo congolese. Sono 28 i Paesi dell’Africa subsahariana centro-orientale che si collegano alla "rete" soltanto grazie a instabili tecnologie satellitari. Se si escludono le miniere di diamanti, le basi petrolifere o i "compound" delle "Nazioni Unite", intere regioni della Repubblica Democratica del Congo e del Sudan, i due Paesi più grandi dell’Africa subsahariana, non hanno accesso a "Internet". Estendendo l’analisi all’intero "Continente", si vede come l’Africa sia ancora all’ultimo posto nella classifica di diffusione della "Rete". A fronte degli 85 milioni di "host" (ovvero i terminali collegati a "Internet") europei, i 43 milioni dell’Asia e i 14 milioni dell’America Latina, il milione o poco più degli "host" africani (dei quali oltre il 53% solo in Sud Africa) non sono che un granello di sabbia nel deserto. Le ragioni sono da ricercarsi nelle mille difficoltà che il "Continente" è costretto a superare, le quali hanno fatto sì che questa fonte di sviluppo economico sia all’ultimo posto delle priorità. Eppure, qualcosa sta cambiando, e anche i governi africani cominciano a capire l’importanza della "Rete" per la crescita locale. Nel suo ultimo rapporto, la "Bmi TechKnowledge" evidenzia come sia il Marocco a guidare la "riscossa" africana con i suoi 350.000 abbonati al servizio "Adsl", seguito dall’Egitto con oltre 150.000. Ad arrancare sono soprattutto i Paesi dell’Africa sub-sahariana con i circa 1.400 "host" dell’Uganda, i 1.800 del Ruanda e del Congo, i 2.300 del Ghana e su su a salire fino ai 13.000 del Kenya.
Allo stato attuale, in Africa il 76% delle connessioni "Internet" avviene in remoto, il 17% è "Xdsl", il 4% è via cellulare e il 2% è a banda larga da rete fissa. In futuro ci si aspetta uno spostamento significativo in favore delle tecnologie "wireless". C’è una presa di coscienza sia da parte dei donatori sia da parte dei governi dell’importanza della "Rete" per il commercio e, quindi, per lo sviluppo.
Tuttavia, il problema non è la mancanza di finanziamenti per realizzare le "infrastrutture" necessarie a «un’autostrada dell’informazione», ma l’uso dei fondi disponibili. Secondo Miloud Ameziane, esperto di tecnologia informatica delle regioni arabe dell’Africa, «i nostri Paesi ricevono fondi dagli organismi internazionali, ma non fanno ancora abbastanza per potenziare questo terreno. Manca coordinamento tra le organizzazioni internazionali e nazionali. Risultato: un’abbondanza di piccoli progetti senza un reale sviluppo». Per i giovani africani, "Internet" non è un campo di investimento e di profitto, ma uno strumento di sviluppo, da cui temono di restare esclusi. Preoccupazione che emerge in un "forum panafricano" "on line", dove le voci vivaci di ragazzi di tutto il "Continente" si intrecciano, decise a prender parte alla "rivoluzione informatica". «Nei villaggi non si conoscono le nuove tecnologie, questo rende ancora più profondo il "divario" tra l’Occidente e l’Africa», afferma Houda Benslimane, studente di ingegneria a Rabat. Marie Ngalule Mukambu, futuro medico di Brazzaville, è fortemente convinta che l’uso gratuito di "Internet" permetterà di curare meglio la popolazione del suo Paese. Un "internauta" del Ghana incalza che lo sviluppo di "Internet" servirebbe a «informare la popolazione sui pericoli dell’"Aids"». La gioventù africana, insomma, lamenta la mancanza di mezzi finanziari per affrontare problemi quali l’analfabetismo, la salute e anche l’accesso alle tecnologie nelle zone rurali. Perciò si accusa lo "sperpero" degli aiuti internazionali da parte dei governi locali. Le difficoltà maggiori sono, ancora una volta, riconducibili alla forte propensione che hanno taluni "leader" africani alla "malversazione" e alla corruzione.
Spesso ci si trova davanti a "mega-contratti" che favoriscono alcuni distributori di sistemi operativi e di programmi, del tutto sproporzionati rispetto alle esigue possibilità della popolazione.