Il Papa sul lavoro giovanile
Una generazione fiaccata dall'insicurezzaÈ l'altra faccia della «generazione Internet». Quella più nascosta di chi
non può utilizzare le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie e finisce
egli stesso per essere poco più d'una «macchina elementare». Il volto
indefinito di chi il mercato globale lo subisce sulla pelle. Più che
parteciparvi ne è parte fungibile: lo si accoglie e impiega se serve, lo si
sposta dove più conviene.
È il viso - lo ha tratteggiato ieri il Papa in un messaggio al
"Forum
internazionale dei giovani" - di quei milioni di ragazzi e ragazze che nel
mondo vivono «forme preoccupanti di emarginazione e di sfruttamento, con
crescenti situazioni di disagio personale». Giovani lavoratori nell'era
dell'incertezza, precari all'infinita ricerca d'una stabilità, soprattutto
emigranti sbattuti sulle nostre spiagge a ondate, come naufraghi dopo uno "tsunami".
Mai come negli ultimi anni, infatti, le trasformazioni economiche, i progressi
nelle tecnologie e nelle comunicazioni hanno modificato così velocemente e
profondamente il mercato del lavoro, sia nell'Occidente industrializzato sia nei
Paesi di più recente sviluppo. E se pure si sono accese nuove speranze e il
benessere complessivo è aumentato, la sua distribuzione appare sempre
squilibrata, mentre la possibilità di accesso alle diverse potenzialità resta
diseguale: chi parte in svantaggio rimane indietro e a volte non finisce nemmeno
la corsa. Perciò Benedetto XVI - rivolgendosi ai ragazzi che a Rocca di Papa
stanno riflettendo sul tema "Testimoni di Cristo nel mondo del lavoro"
- ha voluto innanzitutto richiamare questo volto troppe volte "misconosciuto"
della condizione giovanile. Non tacendo come «a causa del divario fra gli
ambiti formativi e il mondo del lavoro sono aumentate le difficoltà di reperire
un'occupazione che risponda alle attitudini personali e agli studi compiuti».
Sottolineando «l'aggravio dell'incertezza circa la possibilità di mantenere
nel tempo un pur modesto impiego». Richiamando in particolare la condizione dei
tantissimi giovani costretti a emigrare, a vivere in quell'insicurezza che rende
arduo un progetto per il futuro, l'impegno del matrimonio e del formare una
famiglia.
Il Papa non ha ricette economiche "alternative" da offrire. Se non
ricordare come la Chiesa abbia - tanto nei secoli scorsi quanto da ultimo -
sviluppato una profonda riflessione su questi temi nella sua dottrina sociale.
Riassumibile, in definitiva, nel concetto che «in un contesto di liberismo
economico condizionato dalle pressioni del mercato, dalla concorrenza e dalla
competitività», risulta ancora più impellente «la necessità di valorizzare
la dimensione umana del lavoro e tutelare la dignità della persona». È ancora
e sempre l'uomo il centro delle preoccupazioni. È quell'antropologia
complessiva che il Pontefice e la Chiesa non si stancano di richiamare e che
lega con un unico filo la difesa della vita in tutti i suoi momenti e
condizioni, la valorizzazione dei legami a partire da quelli matrimoniali e
familiari, fino alla realizzazione della personalità, lo sviluppo dei propri
talenti e l'esaltazione del genio umano che (almeno potenzialmente) si realizza
proprio nel lavoro. È quello che il Papa definisce «il Vangelo del lavoro»
che «oggi più che mai è necessario e urgente proclamare».
Ai ragazzi, riuniti nel Forum internazionale, Benedetto XVI lascia uno "slogan"
efficace: «Non conta soltanto divenire più "competitivi" e
"produttivi", occorre essere "testimoni della carità"». Ma
a ben guardare questa è la sfida lanciata a tutti noi e "per" noi. In
un mondo globale e competitivo cos'altro c'è di più rivoluzionario della
carità, dell'amore dell'uomo per suo fratello?