Rifondare la comunità nazionale
A che cosa
serve l’Italia nel mondo
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Andrea
Riccardi
("Avvenire", 14/10/’07)
Cent’anni di "Settimane
Sociali" sono
una lunga storia. È un’istituzione attraverso cui si può guardare alla
storia del cristianesimo italiano nella nostra società. Si vedono i primi anni
del Novecento (1907-1913), quando i cattolici sono all’opposizione: estranei
alla politica, tentano di stare nella vicenda comune attraverso un vivace plesso
di azioni sociali. Ma Giuseppe
Toniolo è convinto che
siano le idee a muovere la storia. In questo spirito, si avviano le Settimane.
Ed è uno spirito che fa bene rinverdire: infatti le idee non sono per sé,
quasi solo per la propria parte, ma per il paese.
Più complicata è la stagione delle Settimane durante il fascismo. Molti
sperano che il regime si possa "cattolicizzare". Ma realizzare un
congresso pubblico sotto un regime autoritario è difficile. Saltano così le
Settimane del ’31 per il conflitto sull’"Azione Cattolica". Poi si
rarefanno, per finire nel 1934. Con la ricostruzione "postbellica", invece, torna
il bisogno di idee. I cattolici, con la "Dc" voluta da De Gasperi e
sostenuta da Montini, occupano una posizione politicamente centrale. Le
Settimane si celebrano puntualmente su temi importanti. D’altra parte, sono
proprio i cattolici in politica, insieme ad altri, ad attuare la più incisiva
trasformazione della storia nazionale. Le visioni presenti all’interno del
variegato mondo cattolico – tra politici, vescovi, militanti e intellettuali
– non sono sempre identiche, ma prevale la volontà di essere insieme nella
società. È quella volontà che si diluisce negli anni Sessanta, con il ’68,
il Concilio, i grandi cambiamenti sociali. Le Settimane rallentano la loro
cadenza e finiscono nel 1970.
Resta l’interrogativo sulla loro ripresa, dopo vent’anni, nel 1991: per
discutere di cattolici italiani e Europa. Un congresso in più? Le risposte
vanno trovate non tanto nella crisi della "Dc", quanto nella visione
di Giovanni
Paolo II sull’Italia.
Questo grande e lungo pontificato va ancora capito in profondità. Anzi, la sua
comprensione rappresenta una sfida intellettuale alla pigrizia e al gusto dell’effimero
che caratterizza tanti dibattiti.
Convinto del primato dell’evangelizzazione, Papa Wojtyla pensava che il vivere
cristiano avesse una profonda ricaduta sociale e storica. Aveva un’idea dell’Italia
non condizionata dalle reticenze dei cattolici del "non expedit" o
dalle preoccupazioni di quelli passati attraverso il governo democristiano. Per
lui l’Italia doveva essere unita e vivere una sua missione particolare in
Europa. Tanta parte di questa missione scaturiva proprio dal cristianesimo
italiano, che era storia e non solo presente.
Ci sono tanti volti del "bene comune" di cui si deve discutere in un paese che
affoga nel particolarismo. O forse si nasconde nel particolarismo, perché preso
dalla paura e dallo "spaesamento" nella vertigine della
globalizzazione. Ce n’è uno, però, che può sembrare scontato, ma è –
almeno per me – fondamentale: dire a che cosa serve l’Italia, cos’è il
nostro Paese nel mondo. Insomma, dire che c’è un bene comune in un paese che,
in Europa e nel mondo, ha dignità di essere. È parlare di speranza, come ha
fatto il "Convegno di Verona". È rispondere al languido spaesamento
che ci prende, non con i fuochi d’artificio della cronaca politica. A sessant’anni
dalla Costituzione, c’è forse bisogno di contribuire a rifondare la comunità
nazionale con una visione che viene da lontano e che, senza ripiegarsi, va verso
il futuro, una visione che attinge ad orizzonti, se non minacciosi, almeno
aperti e imprevedibili. Parlare di bene comune è discutere con tutti. Ma è
parlare di Italia, di comunità nazionale in Europa e nel mondo. Credendo di
avere le risorse storiche, umane e culturali, per farlo. Soprattutto, perché se
ne sente il bisogno.