L’ENCICLICA

«Caritas in veritate»: un’"etica" per lo sviluppo

Due "esperti" si lasciano interpellare dalla «Catechesi» di Benedetto XVI
sul contributo della Chiesa a un "progresso sostenibile".
Proprio perché fondato su una vita di "carità nella verità",
il "cristianesimo" ha dimensione "pubblica".

RITAGLI     Stefano Zamagni:     DOCUMENTI
«L’economia va rifondata
a partire dall’"utilità sociale"»

L’"economista": «La logica del "dono" entri "nel" mercato.
No al mito dell’"efficienza" che discrimina le persone».

Papa Benedetto XVI firma la sua terza Enciclica, "Caritas in veritate"...

Francesco Riccardi
("Avvenire", 8/7/’09)

«Ci vorranno anni, ma sono sicuro che alla fine si riconoscerà come l’unica via per uno sviluppo integrale, giusto, stia nel superare la "dicotomia" tra la sfera economica e quella sociale, nel portare la valutazione "etica" all’interno delle scelte economiche e non lasciarla fuori, ai margini». Stefano Zamagni, docente di "economia politica" all’Università di Bologna, è consultore del "Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace" e in questa veste legge l’"Enciclica" «Caritas in veritate» come «un documento che avrà un impatto notevole nelle scienze sociali ed economiche».

Professore, sembra una provocazione parlare di carità, di amore, di "gratuità" nell’economia. Non è una contraddizione troppo forte rispetto alle ferree leggi del "mercato"?

Questo è proprio il senso profondo dell’Enciclica. Se il mercato continuerà a escludere il principio del "dono" è destinato a implodere. E d’altro canto la "crisi" in cui siamo sprofondati, le tante "storture" e ingiustizie che abbiamo sotto gli occhi lo evidenziano già. Il cambio di paradigma è la grande novità di questo "Documento". Anche rispetto alle altre "Encicliche Sociali" che scontavano una lacuna strutturale: venivano osservati i fenomeni economici, se ne evidenziavano i limiti e poi si proponevano le opere di "carità" per temperarne gli effetti negativi. Invece occorre agire sul momento generativo delle sofferenze, non metterci una pezza dopo. Il dono non dev’essere inteso come "filantropia", ma come "chàris", amore "gratuito" ricevuto e donato che sta "dentro" il processo economico, "nel" mercato.

Non stiamo parlando del «capitalismo compassionevole» tanto caro agli americani?

Siamo agli "antipodi". Tolstoj diceva che il "filantropo" è colui che dopo averti "defraudato" ti restituisce una parte del "maltolto" per non sentirsi in colpa. No, quello che il "Documento Pontificio" indica è un dare perché nessuno sia più nel bisogno, un agire nel momento della creazione dello scambio economico in una logica nuova. Se guardiamo al passato, si tratta di recuperare la lezione degli "economisti" di "scuola francescana" del 1500, poi «sopraffatti» dalla "scuola anglosassone" a partire dal ’700.

Ma concretamente come si cambia la "logica economica" oggi dominante?

Il Papa indica un modello preciso: quello dell’impresa che, pur all’interno delle leggi di mercato, si pone una finalità più ampia rispetto alla "massimizzazione" del profitto e dell’efficienza: l’obiettivo dell’utilità "sociale" complessiva.
E guardate che già esistono esempi concreti: l’economia di "comunione", il mondo del "non profit", le "cooperative" già vanno in questa direzione, sono una realtà che oggi in Europa pesa per il 10% del "Pil" e occupa il 6% della "forza lavoro". Qui non c’è da far "predicozzi", ma da espandere il modello dell’economia "civile", stimolare un atteggiamento "pro-sociale" dei soggetti del mercato. C’è un’equazione precisa: quanta più impresa sociale trovo in un Paese tanto meno ho necessità della "filantropia". Perché non "redistribuisco" a valle, ma agisco a monte dentro il processo economico. Attenzione, però: il mondo del "non profit", della "finanza etica", è chiamato ad essere lievito "nel" mercato, a mischiarsi con le imprese "profit", a contaminarle, a trascinarle. Non vogliamo i "duri e puri", quelli «bravi e corretti» che però restano chiusi nelle loro piccole "nicchie": il Papa chiama a cambiare tutto il mercato.

A proposito, oggi comincia il "G8": l’Enciclica come parla ai "Grandi", fornisce indicazioni?

Certo, indica l’orizzonte di una "governance" "sussidiaria" e "poliarchica" della "globalizzazione". Che non significa creare un "super-esecutivo" mondiale, ma studiare un sistema di regole che tengano in ordine il mercato mondiale, in chiave "sussidiaria", appunto, e "solidale". Ci sono poi tre proposte concrete. Aggiungere al "Consiglio di Sicurezza" dell’"Onu" un organismo analogo che si occupi di acqua, cibo e sanità. Se fosse già stato operativo, non avremmo avuto i morti per fame dovuti alle speculazioni sulle "granaglie" del 2007. La seconda proposta è di creare altre due "agenzie mondiali" dedicate alle migrazioni e all’ambiente. In questi due ambiti servono tutele, regole e sanzioni. Infine, affiancare all’"Assemblea delle Nazioni Unite" un altro consesso formato da "Ong", "fondazioni" e "Chiese". Non per discutere all’infinito, ma per decidere, per governare i processi.

Le parole utilizzate a proposito della condizione dei lavoratori hanno toni assai preoccupati…

Benedetto XVI si è reso conto che la logica della "massimizzazione" del profitto sta portando all’affermazione del mito dell’"efficienza". E chi non risulta economicamente "efficiente" viene emarginato, fino ad essere letteralmente «buttato via». Ma non possiamo, per favorire l’emergere dei «migliori», emarginare metà della popolazione. Ricordo uno degli ultimi "discorsi" pronunciati da Giovanni Paolo II a Novembre 2004, nel quale sottolineava come «la discriminazione in base all’"efficienza" non è meno disumana di quella per razza, religione o malattia». Purtroppo l’attuale sistema economico sta enfatizzando questa "selezione".