San Donato
Milanese:
l’intervento del filosofo Francesco Botturi al "Convegno".
Al
"Convegno" dei Direttori
degli "Uffici diocesani per le comunicazioni sociali",
il filosofo dell’"Università Cattolica" ho sottolineato
la «"derealizzazione" dell’esperienza»
e la «precarietà dell’identità», alimentata anche dai "media".
Ma di fronte alle mille interpretazioni che "falsano" e
"distorcono",
sorge poi una reazione di segno opposto.
La "chance" per la Chiesa?
«L’"anarchia" dei messaggi suscita la necessità di un
"perché",
di una finalità:
lo sguardo cristiano usa categorie interessate all’interrogativo religioso
e all’attesa di bene».
Andrea
Galli
("Avvenire",
10/5/’08)
È la realtà dei "mass
media", con il flusso "corrosivo" e "straniante" della
"doxa", dell’opinione, ad avere realizzato la profezia di Nietzsche,
quella per cui il mondo «vero» sarebbe divenuto «favola», puro racconto? O,
come dice il teorico del pensiero debole Gianni Vattimo, un mondo caratterizzato
«dalla "dissoluzione" del principio di realtà nella
"Babele" delle interpretazioni e nella "fantasmagoria" del
mondo tecnologico», a cui si accompagnano, non casualmente, fenomeni reattivi
di «fondamentalismo» di ogni specie e grado, leggibili come «nevrotiche
rivendicazioni di identità» nei confronti di un mondo sempre più povero di
fisionomia unitaria? Francesco
Botturi, ordinario di
"Filosofia morale" all’"Università Cattolica", parte da
qui, nel suo intervento al "Convegno nazionale" dei Direttori e
collaboratori degli "Uffici
diocesani delle comunicazioni sociali",
a San Donato Milanese, per una riflessione "alta" sui problemi, anche pastorali,
della comunicazione oggi. E in particolare su una tensione irrisolta della
realtà "mediatica": quella per cui «le "polarità" notizia
e commento, informazione e comunicazione, fatto e interpretazione spesso
sembrano creare un’alternativa senza scampo: salvare l’oggettività di fatti
contro l’invadenza dell’interpretazione, o abbandonare i fatti al flusso
prepotente delle interpretazioni». Una tensione, un "paradosso" della
comunicazione che però, per il filosofo milanese, è comprensibile appieno solo
"scavando" al di sotto di esso: non sono solo, o tanto, i mezzi di
comunicazione «che abituano a scambiare per realtà "effettuale" un
mondo immaginario artificiale, cioè a sostituire "simulacri" di
esperienza all’esperienza effettiva». La «"derealizzazione" dell’esperienza»
è conseguenza anche e soprattutto «della "precarietà" dell’identità
psicologica e culturale degli individui, incapaci di essere "centro" più che
emotivo di "unificazione" della propria esistenza, e di essere veri
soggetti del loro vivere piuttosto che "essere vissuti" da processi e
"standard" sociali esterni». Ed è ovvio che una cultura siffatta
diventi poi «muta nei confronti dei grandi significati dell’esistenza umana
(nascita ed educazione, amore e lavoro, salute e malattia, sofferenza e morte),
perché non è in grado di affrontarli in una visione ragionevolmente
unitaria». Che fare, insomma, si chiede Botturi, in una situazione del genere?
Dove da un parte i "media" hanno un indubbio potere "affabulatorio"
e dall’altra la cultura che li alimenta tende a «un’etica del
"non-senso"», in cui è saltata la «"mediazione"
(riflessiva, organizzativa, istituzionale, ecc.) dell’esperienza»? Un bel
problema. Che lascia aperti, però, almeno un paio di "spiragli"
interessanti. Il primo è che se la dimensione verso cui la mentalità
contemporanea è più sensibile – e su cui "fiorisce" il sistema
"mediatico" – è quella "estetica", proprio perché
«imparentata con la "graziosità" dell’accadere, con l’intensità della
comunicazione in atto», proprio lì può esserci lo spazio per riproporre un’esperienza
diretta, buona ed efficace del reale. E anche la Chiesa, volente o nolente, ne
ha preso atto sempre di più negli ultimi anni, con il ricorso, in talune
circostanze, all’"happening" musicale, al grande evento, al raduno
di massa, ecc., con le relative modalità di comunicazione. Il secondo, e più
decisivo "spiraglio", sottolinea sempre Botturi, è «che la "surrealtà"
"massmediatica" da cui il mondo è avvolto, come da una
"rete" in cui è catturato e tenuto prigioniero, è come un "gigante"
dai piedi di argilla». Una «enorme potenza fragile».
Perché? Perché l’anarchia dei messaggi, l’apertura
"indiscriminata" a tutte le voci che reclamano ascolto, a tutte le
"istanze" possibili, ecco che nel suo scivolare verso un
"relativismo" radicale, alla lunga non può che suscitare anche una
sorta di "rigetto". Un movimento di segno contrario. Non può che far
emergere, insomma, un "incoercibile" desiderio di «senso», di un
«perché», di una «finalità» nella lettura del reale. Ed è qui che proprio
alla comunicazione cattolica viene offerta una "chance" inattesa.
Detto nel linguaggio dell’accademico: «Così lo sguardo cristiano non può
non leggere i fatti "giocando" categorie interpretative interessate al
desiderio umano di senso, al suo interrogativo religioso, alla sua attesa di
bene, alla sua stessa debolezza e alla sofferenza per il male, ecc. Di qui nasce
un interpretare interessato agli elementi costruttivi dell’esperienza di
chiunque, alle esperienze di relazioni significative e di affettività matura,
di "discernimento" del vero e del falso, del bene e del male, di
libertà morale e di percezione "estetica"». E anche la
rappresentazione "massmediatica", che non cessa di incutere
inquietudine in coloro che sono impegnati per esempio nel campo dell’educazione
e della formazione umana, «dà il suo contributo di interpretazione
costruttiva: fa vedere le possibilità vitali, le cose belle, le prospettive
promettenti, gli esempi significativi. Così la rappresentazione "massmediatica"
evita di farsi "mondo a parte", invadente e "manipolatorio",
ma diventa essa stessa parte e momento di mondi di esperienza e diventa insieme
proposta e aiuto all’esperienza delle persone».