Il
"regime" promette clemenza nei confronti del gruppetto
che è riuscito a superare gli "sbarramenti"
e a raggiungere i 26 giornalisti in visita «guidata».
Tutti i "templi" della capitale circondati dalle forze speciali
"anti-sommossa".
Per un’organizzazione umanitaria i religiosi sarebbero ormai ridotti alla
fame.
Il Dalai Lama
accusa la Cina: «Le menzogne generano tensioni razziali».
La massima autorità spirituale:
«Sono preoccupato, le conseguenze a lungo termine sono imprevedibili».
E Pechino «apre» Lhasa a un gruppo di "diplomatici" stranieri.
Franca
Gandolfi
("Avvenire", 29/3/’08)
«Non li puniremo». La Cina
sarà «clemente» con il gruppetto di monaci che due giorni fa è riuscito a
superare gli "sbarramenti" e a raggiungere i 26 giornalisti stranieri
ai quali, per per la prima volta dall’inizio delle violenze, è stato
consentito entrare in Tibet,
in visita "guidata" di tre giorni. Con i "reporter" i
religiosi, circa una trentina, tutti appartenenti allo "storico"
monastero di Jokhang, hanno denunciato di essere di fatto prigionieri, difeso il
Dalai
Lama e accusato il
"regime" di Pechino
di mentire su quanto sta accadendo nella regione himalayana. «Quei monaci non
saranno puniti», ha assicurato a 24 ore di distanza Baema Chilain,
Vice-Presidente della "Regione autonoma tibetana", il governo locale
controllato dalla "Repubblica Popolare". «Quello che hanno affermato
però non è vero», si è affrettato ad aggiungere Chilain.
Come gesto di "apertura" Pechino ha condotto a Lhasa
anche un gruppo di "diplomatici" provenienti da 15 Paesi tra cui Stati
Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e Giappone.
Nell’intera capitale nel frattempo rimangono "sprangate" le porte di
tutti i monasteri buddhisti, dove i seguaci del Dalai Lama sarebbero rinchiusi
ormai da due settimane. «Nessuno dei monasteri è accessibile», ha dichiarato
in via riservata un funzionario dell’"Amministrazione turistica tibetana".
«Questa – ha ammesso lo stesso funzionario – è una questione che va al di
là dei nostri poteri». Come dire, il "pugno di ferro" è deciso e
gestito direttamente da Pechino. Stando all’inviato del quotidiano "The
Wall Street Journal", che fa parte della "delegazione" di
giornalisti ammessi a visitare il Tibet, in ognuno dei "templi" di
Lhasa i monaci sarebbero rimasti segregati dal 14 marzo scorso: il
"reporter" non soltanto lo avrebbe appreso dagli interessati, ma se lo
sarebbe sentito confermare persino da "fonti governative" locali,
anonime. I tre principali monasteri della capitale tibetana, quelli di Drepung,
Ganden e Sera, sarebbero circondati da squadre delle "unità speciali"
della polizia. Gli agenti in assetto "anti-sommossa" sarebbero armati
fino ai denti, pronti a "stroncare" il minimo tentativo di rompere il
"blocco". Per questo i tre "templi" non sarebbero stati inclusi nella
lista dei siti "accessibili" ai giornalisti. La situazione nei tre
monasteri sarebbe anche più grave, a detta di un’organizzazione per i
"diritti umani" con sede a Londra, la "Campagna per il Tibet
libero": citando testimonianze raccolte nella capitale, l’ente umanitario
afferma che Ganden, Sera e Drepung sono isolati dal resto della città dall’11
marzo, un giorno dopo l’avvio delle proteste.
Tagliati completamente la corrente elettrica e i rifornimenti di cibo e acqua.
Secondo l’organizzazione, «i monaci stanno morendo di fame». I religiosi che
hanno tentato di lasciare il monastero di Sera, sarebbero stati minacciati con
le armi. Sul fronte "diplomatico", sono da registrare le affermazioni
del Dalai Lama. La massima autorità religiosa tibetana – pur rinnovando l’"appello"
al governo cinese per l’avvio di un «dialogo significativo» finalizzato a
trovare una soluzione pacifica per il Tibet – ha però voluto
"avvertire" la Cina.
L’inganno e la "distorsione" dei fatti nella copertura "mediatica"
della rivolta in Tibet rischia di alimentare "tensioni razziali" tra
tibetani e cinesi "han".
«Questa è una grande preoccupazione per me – ha spiegato il
"leader" spirituale buddhista – : la copertura dei "media"
ufficiali cinesi riguardo alle proteste in Tibet, con l’uso di immagini
ingannevoli e "distorte", potrebbe seminare "tensioni
razziali" dalle imprevedibili conseguenze a lungo termine». Dal suo
ufficio a Dharamsala, la cittadina nel nord dell’India dove risiede ormai dal
1959, il Dalai Lama ha anche respinto l’accusa di «separatismo» rivoltagli
da Pechino, che gli imputa di aver organizzato quella che invece è «una
protesta spontanea» per esprimere «un risentimento profondo». Infine il
"grido" del Presidente del "Parlamento" tibetano in esilio
Karma Chophel, ieri a Roma: «Se la "comunità internazionale" non
interviene subito, dopo le "Olimpiadi"
la Cina "sopprimerà" il popolo tibetano».