Reportage - Turchia

RITAGLI   I frutti di don Santoro: aumentano i fedeli   DON ANDREA SANTORO

Luigi Geninazzi
("Avvenire", 26/11/’06)

«Siamo qui». È un giovane prete di poche parole il successore di don Andrea Santoro. Arriva dalla Polonia don Waldek, 29 anni, da due in Turchia e da sei mesi parroco in questa città sul mar Nero, ultimo bastione del cristianesimo nella terra che fu culla della Chiesa dei primi secoli. Ha accettato di prendere il posto di un sacerdote assassinato brutalmente. «Sarà per incoscienza giovanile – scherza – . Ma qualcuno doveva pur venire qui a testimoniare che i cristiani non fuggono».
Oggi i suoi fedeli sono una quindicina, tre volte di più di quelli che aveva don Santoro. Davvero, come disse Tertulliano «semen est sanguis christianorum». È una comunità atipica dove si ritrovano cattolici, ortodossi e protestanti perché la chiesa di Santa Maria è l’unico edificio di culto cristiano che sia rimasto a Trebisonda.
Fino all’inizio del Novecento c’era una grande comunità greco-ortodossa oltre che un certo numero di cattolici. Un mondo finito tra massacri ed esodi forzati in questa città poco distante dalle montagne che segnano il confine con il Caucaso. Adesso si vedono facce di georgiani, russi e romeni nell’edificio color salmone che ospita la chiesa e sorge in un vicolo che scende dal centro verso il mare, uno stretto budello sovrastato da palazzoni sui quali sventola la mezzaluna rossa.
Sembra un fortino assediato. «Eppure oserei dire che la situazione è migliorata dopo quel tragico 5 febbraio quando fu ucciso don Santoro» afferma Nico, un romeno giunto in Turchia tredici anni fa insieme con la moglie Elena. Due tipi mistici ma al tempo stesso molto concreti.
Sino a febbraio abitavano a Samsun, trecento chilometri da Trebisonda, ma su richiesta del vescovo dell’Anatolia, monsignor Padovese, non hanno esitato a trasferirsi nella casa che fu di don Andrea, portando avanti una presenza discreta ma significativa. Quand’era a Samsun la sua casa era presa di mira da sassate e minacce. Qui a Trebisonda non ha avuto problemi, solo il grido «Allah Akbar!» lanciato in segno di sfida da qualcuno nel buio della notte. Girando insieme con lui per il quartiere noto che molti lo salutano cordialmente. «Sono amico di parecchi musulmani. Chi ci conosce non ci odia, al contrario», spiega. Resta il problema di un fanatismo anti-cristiano che in questa città si respira come l’aria.
Trebisonda è un miscuglio di etnie ed un crocevia di loschi traffici, una città violenta dove due abitanti su tre portano armi illegalmente (il che spiega la facilità con cui un sedicenne ha potuto procurarsi la pistola con cui uccidere don Santoro). Il governo locale è in mano al partito socialdemocratico, di tradizione laica e "kemalista", ma sono tanti e ben organizzati i gruppi ultra-nazionalisti, a cominciare dai «Lupi grigi». Ciglia annerite e lunghi baffi, si notano subito per il loro aspetto e per il modo caratteristico con cui si salutano, dondolando la testa mentre si sfiorano guancia a guancia. Li conosce bene Kemal Bektas, giovane giornalista di una tv locale, Canal Mavì, che è stato malmenato e minacciato con una pistola in bocca. La sua colpa? Ha filmato gli affreschi orribilmente sfregiati dell’antico monastero cristiano di Kaymakli, a pochi chilometri da Trebisonda. Le teste degli apostoli e dei santi sono state cancellate, il Cristo Pantocratore ha i segni delle pallottole. Semi- distrutto, adibito a stalla e fienile, l’ex convento ospita alcune famiglie che si vantano d’aver rifiutato l’offerta d’acquisto di don Santoro. «Ci abbiamo messo trecento anni per cacciarvi e voi volete tornarci?» è stata la loro beffarda risposta.
Nonostante il clima ostile la chiesa di Santa Maria resta aperta tre pomeriggi alla settimana. Chiunque vi può entrare. «Sono soprattutto giovani musulmani che vogliono parlare di religione», dice Nico che ci tiene a precisare il rifiuto del proselitismo. Ma c’è chi inizia un percorso che magari porterà al battesimo. Due, tre persone, la discrezione è d’obbligo. I giornali hanno scritto che don Andrea aveva battezzato trenta, anzi trecento, no di più, ben tremila persone! Ci sarebbe da ridere se non fosse finita in tragedia.
Paura? «Certo che un po’ ne ho – ammette don Waldek – . Me l’hanno chiesto anche i minatori polacchi che lavorano fuori città ed io ho risposto: voi non avete paura ad andare sotto terra? Beh, meglio finire in cielo che morire soffocati in fondo ad un tunnel». Elena invece risponde in modo serio: «Il cristiano dev’essere pronto al martirio. In Occidente se lo sono dimenticati, qui ne siamo coscienti». Un destino di cui don Andrea, raccontano, aveva il presentimento. Pochi giorni prima di essere ucciso aveva fatto mettere una lapide in giardino con la frase di Gesù: «Chi crede in me anche se morto vivrà». All’interno della piccola chiesa ottocentesca l’ultimo banco, su cui il sacerdote "Fidei Donum" stava inginocchiato a pregare, è scheggiato da uno dei proiettili omicidi. A fianco c’è un leggìo con il Vangelo che il 5 febbraio era aperto sul passo di Giovanni, capitolo 16: «Verrà l’ora in cui vi uccideranno e diranno d’aver reso un servizio a Dio». Quella pagina non l’ha più sfogliata nessuno, è ancora lì, impressionante testimonianza di un disegno misterioso sul fronte orientale della cristianità.