I frutti di don Santoro: aumentano i fedeli
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«Siamo qui». È un giovane prete di poche parole il successore di
don
Andrea Santoro. Arriva dalla Polonia don Waldek, 29 anni, da due in Turchia e da
sei mesi parroco in questa città sul mar Nero, ultimo bastione del
cristianesimo nella terra che fu culla della Chiesa dei primi secoli. Ha
accettato di prendere il posto di un sacerdote assassinato brutalmente. «Sarà
per incoscienza giovanile – scherza – . Ma qualcuno doveva pur venire qui a
testimoniare che i cristiani non fuggono».
Oggi i suoi fedeli sono una quindicina, tre volte di più di quelli che aveva
don Santoro. Davvero, come disse Tertulliano «semen est sanguis christianorum».
È una comunità atipica dove si ritrovano cattolici, ortodossi e protestanti
perché la chiesa di Santa Maria è l’unico edificio di culto cristiano che
sia rimasto a Trebisonda.
Fino all’inizio del Novecento c’era una grande comunità greco-ortodossa
oltre che un certo numero di cattolici. Un mondo finito tra massacri ed esodi
forzati in questa città poco distante dalle montagne che segnano il confine con
il Caucaso. Adesso si vedono facce di georgiani, russi e romeni nell’edificio
color salmone che ospita la chiesa e sorge in un vicolo che scende dal centro
verso il mare, uno stretto budello sovrastato da palazzoni sui quali sventola la
mezzaluna rossa.
Sembra un fortino assediato. «Eppure oserei dire che la situazione è
migliorata dopo quel tragico 5 febbraio quando fu ucciso don Santoro» afferma
Nico, un romeno giunto in Turchia tredici anni fa insieme con la moglie Elena.
Due tipi mistici ma al tempo stesso molto concreti.
Sino a febbraio abitavano a Samsun, trecento chilometri da Trebisonda, ma su
richiesta del vescovo dell’Anatolia, monsignor Padovese, non hanno esitato a
trasferirsi nella casa che fu di don Andrea, portando avanti una presenza
discreta ma significativa. Quand’era a Samsun la sua casa era presa di mira da
sassate e minacce. Qui a Trebisonda non ha avuto problemi, solo il grido «Allah
Akbar!» lanciato in segno di sfida da qualcuno nel buio della notte. Girando
insieme con lui per il quartiere noto che molti lo salutano cordialmente. «Sono
amico di parecchi musulmani. Chi ci conosce non ci odia, al contrario», spiega.
Resta il problema di un fanatismo anti-cristiano che in questa città si respira
come l’aria.
Trebisonda è un miscuglio di etnie ed un crocevia di loschi traffici, una
città violenta dove due abitanti su tre portano armi illegalmente (il che
spiega la facilità con cui un sedicenne ha potuto procurarsi la pistola con cui
uccidere don Santoro). Il governo locale è in mano al partito
socialdemocratico, di tradizione laica e "kemalista", ma sono tanti e
ben organizzati i gruppi ultra-nazionalisti, a cominciare dai «Lupi grigi».
Ciglia annerite e lunghi baffi, si notano subito per il loro aspetto e per il
modo caratteristico con cui si salutano, dondolando la testa mentre si sfiorano
guancia a guancia. Li conosce bene Kemal Bektas, giovane giornalista di una tv
locale, Canal Mavì, che è stato malmenato e minacciato con una pistola in
bocca. La sua colpa? Ha filmato gli affreschi orribilmente sfregiati dell’antico
monastero cristiano di Kaymakli, a pochi chilometri da Trebisonda. Le teste
degli apostoli e dei santi sono state cancellate, il Cristo Pantocratore ha i
segni delle pallottole. Semi- distrutto, adibito a stalla e fienile, l’ex
convento ospita alcune famiglie che si vantano d’aver rifiutato l’offerta d’acquisto
di don Santoro. «Ci abbiamo messo trecento anni per cacciarvi e voi volete
tornarci?» è stata la loro beffarda risposta.
Nonostante il clima ostile la chiesa di Santa Maria resta aperta tre pomeriggi
alla settimana. Chiunque vi può entrare. «Sono soprattutto giovani musulmani
che vogliono parlare di religione», dice Nico che ci tiene a precisare il
rifiuto del proselitismo. Ma c’è chi inizia un percorso che magari porterà
al battesimo. Due, tre persone, la discrezione è d’obbligo. I giornali hanno
scritto che don Andrea aveva battezzato trenta, anzi trecento, no di più, ben
tremila persone! Ci sarebbe da ridere se non fosse finita in tragedia.
Paura? «Certo che un po’ ne ho – ammette don Waldek – . Me l’hanno
chiesto anche i minatori polacchi che lavorano fuori città ed io ho risposto:
voi non avete paura ad andare sotto terra? Beh, meglio finire in cielo che
morire soffocati in fondo ad un tunnel». Elena invece risponde in modo serio:
«Il cristiano dev’essere pronto al martirio. In Occidente se lo sono
dimenticati, qui ne siamo coscienti». Un destino di cui don Andrea, raccontano,
aveva il presentimento. Pochi giorni prima di essere ucciso aveva fatto mettere
una lapide in giardino con la frase di Gesù: «Chi crede in me anche se morto
vivrà». All’interno della piccola chiesa ottocentesca l’ultimo banco, su
cui il sacerdote "Fidei Donum" stava inginocchiato a pregare, è scheggiato da uno
dei proiettili omicidi. A fianco c’è un leggìo con il Vangelo che il 5
febbraio era aperto sul passo di Giovanni, capitolo 16: «Verrà l’ora in cui
vi uccideranno e diranno d’aver reso un servizio a Dio». Quella pagina non l’ha
più sfogliata nessuno, è ancora lì, impressionante testimonianza di un
disegno misterioso sul fronte orientale della cristianità.