L’INCONTRO
Il Papa ha
chiamato i pastori del Brasile a confrontarsi con alcuni nodi urgenti,
in un tempo di «smarrimento sconcertante»,
in cui si «giustificano anche i delitti contro la vita».
Al grande Paese sudamericano l’invito a guidare la rinascita missionaria del
continente.
Benedetto XVI ai vescovi: famiglia attaccata, divorzio e
libere unioni ferite aperte.
L'educazione alla fede, la liturgia e i sacramenti, la dottrina sociale,
il
proselitismo delle sètte:
nella cattedrale di San Paolo, discorso a tutto campo di Ratzinger.
Dal nostro inviato a San Paolo, Luigi Geninazzi
È un episcopato fuori dal comune quello che ieri si è incontrato con il
Papa. Sono 430 i vescovi del Brasile e a vederli riuniti tutti insieme nella
"Catedral da Sé", l'edificio neo-gotico che s'innalza nel centro
della città vecchia, si ha l'immagine plastica della forza e della solidità di
questa Chiesa latino-americana. «Un episcopato prestigioso, che presiede ad una
delle più numerose popolazioni cattoliche del mondo», lo definisce Benedetto
XVI, con parole di stima ed ammirazione. Da oltre cinquant'anni i vescovi
brasiliani sono in prima linea nella difesa dei diritti umani con figure
eminenti e coraggiose che sono entrate nella storia ecclesiale e sociale del
continente, come il mitico Dom Helder Camara, «il vescovo dei poveri».
Ieri pomeriggio, dopo la recita comune dei vespri e il saluto del neo-presidente
della "Cnbb" (la "Conferenza nazionale dei vescovi
brasiliani"), Geraldo Lyrio Rocha,
ha preso la parola Benedetto XVI, una sorta di preludio a quello che sarà
l'evento culminante di questo viaggio, l'inaugurazione domani ad Aparecida della
"Quinta Conferenza generale" del "Celam", l'episcopato latino-americano. Un evento,
dice il Pontefice, che si colloca «nell'ambito dello sforzo missionario» che
questo continente dovrà assumersi «proprio a partire dal suolo brasiliano».
Un discorso sui fondamenti, tipico di Papa Ratzinger, che va direttamente al
cuore del problema: «Questa e non altra è la finalità della Chiesa: la
salvezza delle anime, una ad una». Se manca il riferimento alle «realtà
fondamentali», vale a dire l'istruzione nella fede e nella morale cristiana
così come la pratica dei sacramenti, «manca l'essenziale anche per la
soluzione degli urgenti problemi sociali e politici».
È un colpo alla "teologia della liberazione", quella vecchia d'impostazione
marxista che l'ex prefetto della "Congregazione per la dottrina della fede"
liquida senza sentire neppure il bisogno di nominarla. Preferisce invece entrare
nel merito delle sfide che si trova davanti la Chiesa. La prima è quella
rappresentata dallo «smarrimento sconcertante» che si registra nella vita
sociale.
«Viene attaccata impunemente la santità del matrimonio e della famiglia,
cominciando dal fare concessioni di fronte a pressioni capaci d'incidere
negativamente sui processi legislativi; si giustificano alcuni delitti contro la
vita... si diffonde la ferita del divorzio e delle libere unioni». Non usa il
termine «piaga» che si trova nell'esortazione postsinodale "Sacramentum
Caritatis" e che qui in Brasile aveva suscitato tante polemiche. Ma il
concetto è lo stesso. E Benedetto XVI non si ferma qui, denuncia lo smarrimento
che esiste anche dentro la Chiesa, «quando viene messo in questione il
celibato... e si dà la preferenza alle questioni ideologiche e politiche. Come
non sentire tristezza nella nostra anima?».
Sono preoccupazioni che si ritrovano nel documento finale approvato
dall'assemblea dei vescovi brasiliani che si è riunita dal 1° al 9 maggio:
proposta di liberalizzazione dell'aborto, uso di embrioni umani a fini
terapeutici, insieme con le grandi questioni sociali della povertà e della
corruzione. Papa Ratzinger le affronta dentro la prospettiva della dottrina
sociale della Chiesa: richiama i politici ad «un genuino spirito di onestà» e
sottolinea l'importanza fondamentale del «servizio della carità», perché «i
poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo». Uno dei problemi che più
gli sta a cuore è quello dei cattolici che abbandonano la vita ecclesiale. Ed
anche qui parla chiaro, criticando «il proselitismo aggressivo delle sètte»
che rende «complesso il lavoro dell'ecumenismo». Invita ad un nuovo slancio
missionario ed elogia «associazioni, movimenti e nuove realtà ecclesiali che
in comunione coi loro Pastori portano la loro ricchezza spirituale ed educativa
nel cuore della Chiesa».
L'idea di fondo è che «bisogna fare un salto di qualità nella vita cristiana
del popolo» e per questo «non basta osservare la realtà a partire dalla fede,
è necessario lavorare con il Vangelo alla mano, senza interpretazioni motivate
da ideologie razionalistiche». Qui c'è forse una critica indiretta a quel
metodo del «vedere, giudicare, agire» tuttora prevalente nella Chiesa
brasiliana. Bisogna «ripartire da Cristo in tutti gli ambiti della missione».
E lo si può fare solo rimanendo attaccati alla vita sacramentale su cui i
vescovi devono vigilare. Dice no alla pratica della confessione collettiva,
perché «il peccato costituisce un fatto profondamente personale» ed invita ad
osservare le norme liturgiche con grande fedeltà. È un giro d'orizzonti
completo sui problemi della Chiesa brasiliana che si conclude con una fraterna
supplica ai vescovi a «continuare nel lavoro e nella concordia».