Oltre il portone di bronzo
Strana sede che mette serenitàLuigi
Geninazzi
("Avvenire",
10/6/’07)
Che cosa può succedere
quando l'uomo più potente del mondo, ma in caduta di credibilità politica,
incontra chi ha fatto dell'autorità morale senza potere la propria forza? Può
accadere, e l'abbiamo visto ieri, che se ne esca, fuori da ogni protocollo, con
un saluto tanto semplice quanto "irrituale". «È bello essere qui»,
sono state le prime parole pronunciate da George
W. Bush appena
varcato il portone di bronzo per essere ricevuto da Papa Ratzinger. Dev'essere
bello venir accolti da «una persona intelligente, amorevole e affettuosa»,
come l'ha definito il presidente Usa. Soprattutto dopo le fatiche del
"G-8", le trattative estenuanti con gli altri "leader" e il
durissimo braccio di ferro con Putin.
È forse uno dei carismi più significativi di Benedetto
XVI quello di
trasmettere una grande serenità ai suoi interlocutori. A questo livello dev'essere
scattata una straordinaria sintonia tra «il cristiano rinato» che siede alla
Casa Bianca ed il fine teologo divenuto capo della Chiesa cattolica. «Vedrò
Benedetto XVI per la prima volta e la mia intenzione è soprattutto
d'ascoltarlo», aveva detto il presidente americano alla vigilia del suo
"tour" europeo. Proprio come l'avevano esortato sette persone su dieci
negli Stati Uniti, secondo un sondaggio svolto dal quotidiano «Usa Today»:
dedichi attenzione ai suggerimenti del Papa.
Dunque molte cose sono cambiate da quando, nel 2003, un mese prima dell'attacco
militare contro l'Iraq, il portavoce della Casa Bianca disse sprezzantemente che
Bush «non si sarebbe fatto condizionare dalla Santa Sede», cioè da Giovanni
Paolo II contrario all'intervento bellico. Oggi l'Iraq ed il Medio Oriente
sprofondano nella guerra civile e restano in cima alle preoccupazioni del
Vaticano, con particolare riguardo alle «critiche condizioni in cui si trovano
le comunità cristiane», ha ricordato il Papa nel suo colloquio con Bush.
Secondo le stime della "Caritas internazionale", in Iraq rimangono
25mila cristiani a fronte del mezzo milione che vi abitava prima della guerra.
«Non c'è nulla di positivo che viene dall'Iraq insanguinato», aveva detto
Benedetto XVI a Pasqua di quest'anno. In Medio Oriente la democrazia non cala
dall'alto con le bombe, si costruisce «con una soluzione negoziata dei
conflitti e delle crisi che travagliano la regione», ha detto il Pontefice al
presidente americano. Una chiara presa di distanza dalla "dottrina" Bush, fondata
sull'interventismo unilaterale e finita in un tragico "solipsismo".
Certo, il "leader" della Casa Bianca può vantare molti punti di
convergenza importante con il capo della Chiesa cattolica sul terreno cruciale
della difesa della vita e della famiglia (pochi giorni fa aveva annunciato il
veto alla legge che intende liberalizzare l'utilizzo delle cellule staminali
dell'embrione per la ricerca scientifica). Questo tuttavia non elimina le
riserve vaticane nei confronti della sua strategia internazionale. Il presidente
americano vuole esportare la democrazia in tutto il mondo (con esiti gravi, per
il momento) ma dal Papa gli è giunto un richiamo alla sobrietà. Se gli Stati
Uniti vogliono avere un ruolo guida, allora si mettano a capo di una grande
campagna «contro la sofferenza nel mondo», impegnandosi a combattere la fame,
le malattie e la povertà che assediano tre quarti del pianeta.
«Il Papa ce lo ha chiesto e noi lo faremo», ha promesso Bush nel corso della
tavola rotonda con gli esponenti della "Comunità
di Sant'Egidio".
Non sarà una "guerra-lampo" ma forse farà avanzare un po' più la
democrazia nel mondo.