PIETRO E IL MONDO
La Polonia aspetta il «suo» PapaDa Varsavia, Luigi Geninazzi
Dice scherzosamente che è colpa della vecchiaia, «l'età in cui ci si lascia prendere facilmente dalle emozioni». Il cardinale Józef Glemp, 76 anni, da 25 Primate della Chiesa polacca, accompagnerà Benedetto XVI nel Paese di Wojtyla con grande commozione. Il perché lo spiega in quest'intervista alla vigilia del viaggio papale.
Eminenza, che cosa significa per la Polonia la visita di Benedetto XVI?
Penso che questo viaggio del Santo Padre in Polonia sia di grande importanza
non solo per il mio Paese ma per tutta l'Europa. È il segno di come è cambiato
il volto della Terra. Un Papa tedesco viene come pellegrino di pace nella città
che era stata distrutta dai suoi connazionali durante la Seconda guerra
mondiale. È il compimento grandioso di quel cammino di riconciliazione iniziato
nel 1965 con la lettera dei vescovi polacchi che si rivolgevano ai confratelli
tedeschi «perdonando e chiedendo perdono». Di tutto questo è ben cosciente
Benedetto XVI il quale, subito dopo la sua elezione al soglio pontificio,
definì provvidenziale il fatto che ad un Papa polacco fosse succeduto un Papa
tedesco.
Benedetto XVI visiterà i luoghi più cari a Giovanni Paolo II. Possiamo dire
che questa visita è un omaggio al suo predecessore?
Sì, certamente. Ma non sarà solo questo. Si tratterà di una visita
pastorale in senso pieno, come indica il motto che è stato scelto: «Rimanete
forti nella fede». C'è grande attesa tra i polacchi per il Santo Padre e per
quanto ci vorrà dire. Del resto Papa Ratzinger conosce bene il nostro Paese,
l'ha visitato più volte quand'era cardinale.
Che Polonia troverà Benedetto XVI?
Troverà una Polonia che avanza sulla strada della democrazia. Certo, la
vita politica ci offre uno spettacolo di continue tensioni ma occorre guardare
le cose in modo più profondo. La Polonia fa parte dell'Unione europea e tante
riserve e paure che c'erano due anni fa sono sparite. Non c'è dubbio che la
Polonia voglia stare in Europa e voglia far sentire la sua voce, richiamando le
radici cristiane della nostra civilizzazione.
E per quanto riguarda la Chiesa? Anche qui le tensioni non mancano, vero?
La Chiesa cattolica in Polonia continua ad essere una realtà dinamica e
fortemente radicata nel popolo. Possiamo dire che la Chiesa ha resistito molto
bene al comunismo e non è stata spazzata via neppure dal consumismo. Lei dice:
ci sono tensioni. Ma sono divergenze che riguardano le scelte politiche, ci sono
posizioni molto diverse tra i fedeli e questo è assolutamente normale.
Lei non è preoccupato per le posizioni nazionaliste e per i toni aggressivi
di un certo cattolicesimo ultra-conservatore che si esprime attraverso
un'emittente come Radio Maryja?
Non mi piace Radio Maryja quando mischia fede ed impegno politico. Ma
bisogna riconoscere che dà voce ad una grande fascia della popolazione, critica
con una mentalità falsamente progressista e che in genere non trova spazio nel
mondo dei mass-media.
C'è chi teme la rinascita dell'anti-semitismo in Polonia...
Ci sono state delle dichiarazioni infelici, ma si tratta di voci isolate che
non rispecchiano in alcun modo i sentimenti della stragrande maggioranza dei
polacchi. Abbiamo imparato che anche noi non siamo esenti da colpe verso gli
ebrei, ci sono stati episodi come Jedwabne (il villaggio dove nel 1941 gli ebrei
furono massacrati dagli abitanti) per i quali la Chiesa polacca ha chiesto
pubblicamente perdono. Certo, c'è anche qualcuno che ricorda le vessazioni
subìte dai suoi antenati sotto i padroni ebrei. Ma questo non significa che in
Polonia si stia diffondendo l'antisemitismo. È un sentimento che non può
trovare posto nell'animo di un credente. Ce lo ha insegnato Giovanni Paolo II e
lo ribadirà Benedetto XVI nella visita che compirà ad Auschwitz al culmine del
suo viaggio in Polonia.
Eminenza, il viaggio del Papa coincide con il 25° anniversario della sua
nomina a Primate della Chiesa polacca. È l'occasione per un bilancio?
Ho preso il posto del compianto cardinale Wyszynski in un momento
drammatico: in Polonia si stava avvicinando la bufera dello stato di guerra e a
Roma Giovanni Paolo II era ricoverato al Gemelli in seguito all'attentato. Ho
sempre cercato di conservare la pace, difendendo Solidarnosc ma mettendo in
guardia contro il rischio di una rivolta che avrebbe avuto esiti catastrofici.
L'impressione è che la Chiesa polacca si muovesse con grande prudenza,
mentre Giovanni Paolo II era meno accomodante...
Giovanni Paolo II soffrì molto quando fu introdotto la stato di guerra nel
1981. Per lui era una ferita profonda, un'offesa alla dignità del popolo
polacco. Per noi era una misura dolorosa, eppure non priva di qualche
motivazione: in questo modo veniva evitato l'intervento militare sovietico. Non
sapevamo che il comunismo era un colosso dai piedi d'argilla. Ma Papa Wojtyla
l'aveva già capito, prima dell'89.