Che l'Europa non sia solo
un'espressione geografica o un progetto politico ma abbia «qualcosa a che fare
con l'anima», lo diceva già il filosofo Jan Patocka. C'è però il rischio di
scivolare nel vago idealismo, quello che ha fatto scrivere tante pagine sulla
necessità d'infondere uno slancio spirituale ad una realtà che ha ben altri
"corposi" interessi, materiali e ideologici. La riflessione offerta da Benedetto
XVI ai
rappresentanti politici austriaci e ai diplomatici accreditati a Vienna
rovescia i termini della questione: la fede non è un "supplemento" d'anima per un
continente in crisi, è invece l'Europa che per essere se stessa deve fare i
conti con l'umanesimo cristiano.
È un pronunciamento d'ampio respiro e di grande rigore intellettuale quello
tenuto dal Pontefice nell'ex palazzo imperiale della città «crocevia» del
mondo e cuore dell'Europa. Come già la lezione di un anno fa a Ratisbona
il discorso di ieri alla Hofburg
conferma la fiducia luminosa di Papa Ratzinger nell'argomentazione razionale
innervata dalla fede. Qual è infatti la caratteristica fondamentale
dell'Europa? È «la capacità autocritica che la distingue e la qualifica nel
vasto panorama delle culture del mondo». Se è vero infatti, continua Benedetto
XVI, che nel nostro continente è stato formulato per la prima volta il concetto
di diritti umani va anche riconosciuto che il diritto fondamentale, presupposto
di ogni altro, è il diritto alla vita. Lo dice senza alzare la voce, con aria
mite e logica ferrea. Non lancia "anatemi", non crea nuovi dogmi. Parla come
"avvocato" della causa umana e non per difendere «un interesse specificamente
ecclesiale». Sull'aborto fa una notazione interessante che desume dalla
legislazione austriaca dove l'interruzione volontaria della gravidanza viene
permessa, ma al tempo stesso definita illecita e ingiusta. Insomma, è un reato,
sia pur depenalizzato, e non un diritto come richiedono femministe e radicali.
Mantenere questo carattere di profonda ingiustizia significa non lasciar cadere
la contraddizione che lacera la patria del diritto.
Il messaggio è chiaro: per rendere abitabile e gradevole «la casa Europa»
occorre trasformarla nella "casa della vita". Il che implica tra
l'altro che l'accompagnamento alla morte venga fatto «con un'attenzione
amorevole e non come un attivo aiuto a morire». Contro l'aborto, l'eutanasia e
il crollo demografico il Papa chiama tutti i responsabili politici, siano essi
credenti o non credenti. Torna qui un "leit-motiv" di questo pontificato,
«l'allargamento della ragione» che trova nella fede un sostegno decisivo.
«Non c'è alternativa all'universalismo egualitario ereditato dal cristianesimo
», afferma citando Habermas, il filosofo tedesco con cui ha dialogato l'allora
cardinale Ratzinger. Solo un'Europa cosciente di questo, e quindi rispettosa
delle proprie radici cristiane, può diventare un modello e reggere la grande
sfida della globalizzazione.
Nel suo discorso a Vienna, il Papa ha toccato tutti i punti caldi del dibattito
europeo, dal processo di unificazione che valuta positivamente (anche se non
risparmia un'annotazione critica nei riguardi di «qualche istituzione
comunitaria») fino alla responsabilità, definita «unica», nell'impegno per
la pace e nella lotta alla povertà. È questa l'Europa di Benedetto, per dirla
col titolo di un libro scritto qualche anno fa da Ratzinger. Un'Europa che sa
fare "autocritica".