CRISTIANI NEL MIRINO

Fuori pericolo padre Adriano,
aggredito domenica a Smirne da un giovane sconosciuto.

RITAGLI    «Mi ha accoltellato, ma l’ho già perdonato»    MISSIONE AMICIZIA

Smentito che il giovane fosse noto in parrocchia.
«Un brutto episodio da non enfatizzare».

Dal nostro inviato a Smirne, Luigi Geninazzi
("Avvenire", 18/12/’07)

Non ha perso la serenità francescana padre Adriano Franchini, nonostante la terribile avventura che poteva costargli la vita. «Nulla di grave, sto bene», dice sollevandosi un poco dal lettuccio, al terzo piano dell’ospedale dell’"Università Egea" a Smirne, dove è stato ricoverato subito dopo l’aggressione.
Ce la descrive lui stesso, con la tipica "verve" del suo carattere emiliano. «Quel ragazzo ha tirato fuori il coltello con mossa fulminea ma io sono stato più veloce, ho fatto un balzo all’indietro e così sono stato colpito solo di striscio, qui all’addome», dice indicando la fasciatura all’altezza dell’ombelico. Frate cappuccino, alto e corpulento, originario di Modena, padre Adriano ha 65 anni di cui 26 trascorsi nel Paese della "Mezzaluna". Attualmente è il superiore della
"Custodia di Turchia", e presiede alla «Casa della Madre Maria» di Efeso dove un anno fa ha ricevuto Papa Benedetto XVI. Da qualche settimana viene a celebrare la Messa festiva nella Chiesa di Sant’Antonio a Smirne, rimasta temporaneamente senza parroco.
«Domenica mattina mi si avvicina un giovane dall’aria misteriosa e circospetta, per me un perfetto sconosciuto – racconta – . Viene da una piccola città, Balikesir se ho capito bene, a duecento chilometri da Smirne. Vuole parlarmi, gli dico che possiamo farlo dopo la Messa. Rimane in Chiesa per tutta la funzione. Alla fine lo invito nella saletta dove solitamente prendo il tè chiacchierando con i fedeli ma lui rifiuta, preferisce parlarmi a tu per tu, nel giardino. Usciamo, mi scruta a testa bassa dicendo che vuole ricevere il battesimo. Neanche il tempo di spiegargli che occorre un’adeguata preparazione ed ecco che estrae dalla tasca un coltello menando un fendente improvviso». Padre Adriano s’accascia dolorante, il ragazzo scappa via. «Davvero un tipo strano – commenta – . Più tardi ho saputo che si è recato in una moschea dove si è vantato d’aver accoltellato un prete cattolico. "Hai commesso un grave peccato", lo rimprovera il "muftì" che chiama la polizia per farlo arrestare. Così almeno mi è stato riferito». Come spiega un simile gesto? «Non ho nessuna idea al riguardo, lo considero un brutto episodio che non va enfatizzato – conclude padre Adriano che intende mandare un messaggio tranquillizzante – . Io quel ragazzo l’ho già perdonato, adesso ho solo voglia di riprendere il mio lavoro il più presto possibile». Accanto a lui fratel Paolo Rovatti che l’assiste ininterrottamente fa ampi gesti d’assenso. I medici hanno sciolto la riserva, non sono stati lesi organi vitali, forse padre Adriano potrà essere dimesso dall’ospedale già nella giornata di domani (oggi per chi legge). Cade così la versione diffusa domenica sera dall’agenzia di stampa turca «Anadolu» secondo cui l’aggressore, il diciannovenne Ramazan Bay, era un assiduo frequentatore della Chiesa di Sant’Antonio dove avrebbe chiesto più volte il battesimo. Infondata anche la notizia della richiesta di soldi quale compenso per la conversione. Tutte voci riportate ieri dai giornali turchi che alimentano l’idea di missionari cattolici come cacciatori di frodo delle anime, pronti a tutto pur di fare proselitismo. E intanto si moltiplicano i casi di «squilibrati» che attentano alla vita dei sacerdoti e minacciano le comunità cristiane.
Dunque, è successo anche qui a Smirne, la città più laica e cosmopolita dopo Istanbul, la metropoli moderna e progressista che si è candidata ad ospitare l’"Expo 2015" in gara con Milano. La Chiesa di Sant’Antonio si trova nel quartiere popolare di Bayrakli, in mezzo a viuzze ripide che s’inerpicano sulla montagna punteggiata di minareti, lontano dai viali eleganti della zona costiera. Vi si entra oltrepassando un cancello verde, dietro un "muricciolo" che nasconde un anonimo edificio marrone (in Turchia i segni religiosi cristiani non possono venir esposti sulla strada). La Chiesa è semibuia, la luce filtra da un rosone, non ci sono finestre. Gaslayan, il giovane custode, m’accompagna in giardino dove è avvenuto l’agguato. Mi indica il punto esatto, vicino alla pianta di limoni che sorge vicino ad una fontanella senza acqua. Ha l’aria molto triste Gaslayan, non si dà pace. «Perché qui? Perché attaccare padre Adriano?», ripete scuotendo la testa. Lui quel ragazzo non l’aveva mai visto prima. «Forse dobbiamo fare più attenzione agli estranei» dice con un senso di colpa. Qui i fedeli si conoscono tutti, sono una trentina ed hanno un buon rapporto con gli altri abitanti del quartiere. Sulla bacheca c’è l’avviso di una festa di beneficenza in prossimità del Natale, pacchi dono che vengono distribuiti alle famiglie più povere, musulmane o cristiane non fa alcuna differenza.
Il giovane attentatore ha ammesso il suo crimine, secondo fonti della polizia che, dopo l’arresto di Ramazan Bay, ha proceduto a vari fermi di persone sospettate d’aver avuto un ruolo nell’ispirare l’agguato.
Ieri mattina però sono state tutte rilasciate. L’accoltellatore ha spiegato il suo gesto perché «infuriato» per alcune parole che il religioso avrebbe pronunciato durante l’omelia, senza tuttavia precisare quali. Ma il coltello in tasca ce l’aveva già. L’idea, a quanto pare, gli è venuta dalla serie televisiva «La valle dei lupi» che irride al comportamento dei missionari stranieri in Turchia, dipinti come lupi famelici di giovani. Un incitamento all’odio che Ramazan si è deciso a mettere in pratica.