ACCOGLIENZA TRAVOLGENTE
CRACOVIA, UNA STORIA CHE CONTINUA|
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Luigi
Geninazzi
("Avvenire", 28/5/’06)
È stato il giorno dell'affetto
travolgente per Papa Ratzinger il cui timido sorriso, insieme con la forza delle
parole, hanno conquistato il cuore dei polacchi, orfani di Wojtyla ma fiduciosi
e sereni dentro l'abbraccio paterno del suo successore.
L'entusiasmo e la commozione che circondano Benedetto
XVI sono cresciuti
passo dopo passo lungo il pellegrinaggio sulle orme di Giovanni Paolo II. Un
viaggio che, ha voluto sottolineare il Pontefice, non è semplicemente un
itinerario sentimentale ma un cammino d'approfondimento della fede. Il Papa
tedesco ha citato Goethe per chiarire le ragioni che l'hanno spinto sulle strade
della Polonia: «Chi vuol comprendere un poeta deve recarsi nel suo Paese».
Allo stesso modo, ha detto a Wadowice, città natale di Wojtyla, «era
necessario venire qui per comprendere la vita e il mistero di Giovanni Paolo
II». E si è unito al desiderio, spontaneo e diffuso, che vuole il Papa polacco
«Santo subito!» non certo per forzare i tempi di un processo che sembra
avanzare speditamente già per conto suo ma per testimoniare l'affetto riverente
che lo lega al suo predecessore.
Un affetto ricambiato dai polacchi, a cominciare dai più giovani. Sono arrivati
a decine di migliaia da ogni angolo del Paese, riempiendo le viuzze e le piazze
di Cracovia, cantando e pregando sotto "la finestra del Papa" della
residenza arcivescovile, stringendosi attorno alla bianca figura del Santo Padre
nella spianata verde del parco di Blonia.
È una storia che continua, un filo rosso che lega i "nipotini di zio Karol"
ai ragazzi della Gmg di Colonia, i giovani decisi e coraggiosi degli anni
Ottanta che inneggiavano a Solidarnosc e quelli più incerti e titubanti di
questo inizio millennio. No, non era affatto scontato che si ritrovassero negli
stessi luoghi e per gli stessi appuntamenti ma con un Papa tedesco. Sapevano
benissimo che non ci sarebbe stato lo scambio di battute scherzose che Papa
Wojtyla improvvisava trattenendosi fino a tarda sera in un dialogo che non
sembrava finire mai. Si sono affidati all'italiano di «Be-ne-detto,
Be-ne-detto» e al tedesco di «Wir lieben dich» pur di salutare con un festoso
e rumoroso benvenuto il Papa che qualcuno aveva dipinto come un maestro dotto e
un po' arcigno.
Invece hanno trovato un volto di bambino quasi ottantenne che annuncia la fede
dei semplici e spiega come «costruire una casa di cui andare orgogliosi e che
non debba mai crollare», la casa della vita che ogni ragazzo, anche il più
ribelle ed anarchico, sogna per il proprio futuro.
Giovanni Paolo II aveva compiuto il suo ultimo viaggio in patria, quattro anni
fa, nel segno della Divina Misericordia. Benedetto XVI si muove sulle sue orme
ricordando che «Dio è amore», un amore esigente che si fonda sulla verità
dell'uomo e della storia. Oggi affronterà l'ultimo passaggio di questa visita
recandosi ad Auschwitz, e lo farà in solitudine, varcando il cancello più
famigerato del mondo su cui appare un'irridente scritta nella sua lingua. Un
fardello pesante che la storia ha messo sulle spalle del Papa tedesco.