In Pakistan si continua a condannare a morte per "blasfemia"

PRECEDENTE     Una "barbarie" legalizzata.     SEGUENTE
Abrogarla un’urgenza di civiltà

Luigi Geninazzi
("Avvenire", 20/6/’08)

A cadere sotto la "mannaia" del boia questa volta sarà un musulmano. La "Corte di giustizia" del distretto di Sialkot, in Pakistan, ha condannato a morte un cittadino di religione islamica in base alla famigerata legge "anti-bestemmia". Un mese fa era toccato a un indù. Da quando è entrata in vigore nel 1986, la legge contro la "blasfemia" ha ucciso almeno 25 persone, mentre centinaia si trovano in carcere con la stessa imputazione. L’"Articolo 295-B" del "Codice Penale" pakistano punisce con la morte, o in subordine con l’ergastolo, chiunque offenda Maometto o il "Corano". Sino ad oggi a finire nel mirino degli implacabili giudici è stata soprattutto la minoranza cristiana del Paese, circa 4 milioni su un totale di 160. Vivono circondati dalla diffidenza e dall’odio, sentimenti favoriti da una legislazione che sembra fatta apposta per incentivare violenze e vendette.
L’uso strumentale della legge contro la "blasfemia" è stato denunciato più volte dal vescovo cattolico di
Lahore, monsignor Anthony Lobo, secondo cui «sempre più spesso vengono lanciate accuse false da parte di chi vuole impadronirsi delle proprietà o del posto di lavoro dell’imputato». È sufficiente denunciare qualcuno per offese all’islam che subito scatta l’incriminazione, il processo e in molti casi la condanna. E anche nel caso, abbastanza raro, di un verdetto assolutorio il malcapitato rischia la persecuzione e il "linciaggio".
Scampato alla condanna a morte e rimesso in libertà, c’è chi è stato brutalmente assassinato da gruppi di "fanatici".
Una ferocia che non riguarda solo i cristiani, come dimostra la condanna a morte emessa ieri dal tribunale di Sialkot. In Pakistan dilaga il "fondamentalismo" violento e lo Stato sembra favorirlo. Il secondo Paese islamico (dopo l’Indonesia) più popoloso al mondo è da tempo una "roccaforte" dell’estremismo integralista e recentemente ha siglato un accordo con i "talebani" nel Nord del Paese, al confine con l’Afghanistan, nonostante le proteste veementi del governo di Kabul. Quello che sta avvenendo non preoccupa soltanto le minoranze religiose. La legge contro la "blasfemia" si è trasformata in una "barbarie" legalizzata che «non riguarda solo i cristiani ma tutta la società pakistana», ha detto padre Aftab James Paul, direttore della "Commissione diocesana per il dialogo inter-religioso". Un dialogo difficile ma necessario, come ha ricordato proprio ieri
Benedetto XVI ai vescovi del Pakistan, ricevuti in visita "ad limina". Diventa sempre più chiaro che l’abrogazione dell’assurda legge contro la "blasfemia" è un’esigenza di civiltà e di libertà per tutti i cittadini di questo grande Paese, sempre in bilico tra democrazia e "totalitarismo".
È soprattutto un’esigenza di «reale libertà religiosa», quella che il Papa, sempre ieri, ha richiamato nel suo discorso a chi è impegnato nell’aiuto e nella solidarietà alle Chiese d’Oriente. In Pakistan, tra mille difficoltà, i cristiani tendono la mano ai musulmani che rischiano di essere travolti dall’onda irrazionale del "fondamentalismo". La legge contro la "blasfemia" minaccia anche loro.
Perché non c’è bestemmia peggiore di quella che uccide un uomo nel nome di Dio.