Pellegrino di "pace"

RITAGLI    Il coraggio di andare dove c’è il "rischio"    TERRA SANTA

Papa Benedetto XVI al suo arrivo ad Amman, in Giordania...

Luigi Geninazzi
("Avvenire", 8/5/’09)

Il cuore oltre tutti gli "ostacoli". Il cuore è quello grande e "paterno" di Benedetto XVI che oggi inizia il suo "pellegrinaggio" in Terra Santa, attraversando "confini" e varcando "muri" in una regione tormentata e in un momento particolarmente difficile. Gli "ostacoli" sono tanti. Ai vecchi odi e rancori si sono aggiunte le recenti "ferite" della sanguinosa guerra di Gaza, mentre il "processo di pace" si è fermato, il nuovo Governo israeliano ha scelto la via dell’"intransigenza" e i palestinesi sono sempre più divisi e "sfiduciati". Infatti molti si domandano: ma perché il Papa va ad infilarsi in questo "ginepraio", tanto più insidioso per il Capo di un’istituzione come la "Chiesa Cattolica" che sta ancora negoziando con Israele il proprio "status giuridico" ed è oggetto di aspre "polemiche storiche" su Pio XII?
La risposta è molto semplice: Papa Ratzinger compie questo viaggio per le stesse ragioni che spingono qualunque altro cristiano a recarsi in Terra Santa. Il suo è il "pellegrinaggio" del Successore di Pietro che intende ripercorrere i luoghi dove si è realizzata la storia della salvezza, non dunque il viaggio di un "leader" impegnato nell’ennesima "mediazione politica". «Pellegrino di pace», come lui stesso si è definito, non già perché ha in tasca un "progetto" da sottoporre alle parti in conflitto ma in forza di un’"autorità morale" che sa parlare a tutti. Non sono poi molte le "personalità internazionali" che a
Gerusalemme possono permettersi di visitare la "Spianata delle Moschee" e subito dopo il "Muro del Pianto", di recarsi a "Yad Vashem" per rendere omaggio agli ebrei vittime della "Shoah" e poi di entrare nel "campo profughi" di Aida a Betlemme dove i palestinesi vivono come "rifugiati" da tre generazioni. Questo farà il Papa ed il mondo non potrà non tenerne conto.
Ma lo scopo principale di questo suo viaggio, la preoccupazione che sarà al centro dei suoi numerosi "interventi pubblici" così come dei suoi "colloqui privati", è una sola: ridare coraggio e speranza ai cristiani di Terra Santa confermandoli nella fede. Già nella sua prima tappa in
Giordania affronterà il tema della "Chiesa" in "Medio Oriente" dove la presenza dei cristiani continua drammaticamente a ridursi. E, come ha già preannunciato Domenica scorsa in Piazza San Pietro, si farà vicino al popolo palestinese che sopporta «grandi sofferenze e privazioni». C’è chi teme che la visita possa servire a migliorare l’immagine d’Israele e, involontariamente, a "minimizzare" le difficoltà dei palestinesi. Di fatto sia gli uni che gli altri s’aspettano di trarre qualche "vantaggio" dalla presenza del Papa. Ogni sua parola sarà esaminata, "soppesata" e valutata con estrema attenzione dalle diverse e "contrapposte" sensibilità. Ma Benedetto XVI ci ha già dato prova in molte occasioni di non preoccuparsi delle "strumentalizzazioni" politiche o ideologiche. Questo Papa "teologo" ha il dono della parola che s’accompagna sempre alla delicatezza e all’umiltà rompendo "schemi" precostituiti. Ai cristiani di Terra Santa già qualche tempo fa aveva rivolto un "messaggio": «Non è saggio spendere tempo a domandarsi chi abbia sofferto di più facendo il conto dei "torti" ricevuti ed elencando le ragioni a favore della propria "tesi"». Per questo il viaggio che oggi intraprende Benedetto XVI ha il sapore della "sfida" più difficile, quella di chi chiede ed è pronto a ricevere il "perdono".
Una "sfida" che è l’essenza del "cristianesimo" in questi tempi di odio e di violenza.