INTERVISTA

Nel "Medio Oriente",
«c’è una "guerra" che non vinceremo con le "armi", ma solo con l’"educazione"»:
parla il primo "ambasciatore" di Tel Aviv presso la "Santa Sede".
«Positivo aver riaffermato l’inscindibile "legame" tra le nostre "religioni"».

RITAGLI     «Chiese, "Moschee" e "Sinagoghe"     TERRA SANTA
insieme contro il "fondamentalismo"»

Il "diplomatico" israeliano Hadas:
«Il "viaggio" del Papa aiuta la "riconciliazione" fra ebrei e "Chiesa Cattolica"».

Il Patriarcato Latino, a Gerusalemme... Il Cenacolo, nella Città Santa!

Dal nostro inviato a Gerusalemme, Luigi Geninazzi
("Avvenire", 12/5/’09)

Il "buon giorno" si vede dal mattino. Ed il viaggio di Benedetto XVI in Israele «non poteva cominciare in modo migliore», dice soddisfatto Shmuel Hadas, un nome che tutti indicano con rispetto quando si parla delle relazioni tra "Stato Ebraico" e "Vaticano". Ex "diplomatico", 77 anni, è stato il primo "ambasciatore" israeliano presso la "Santa Sede" subito dopo l’apertura delle "relazioni diplomatiche" nel 1993. Ieri pomeriggio era in prima fila durante l’incontro che si è svolto al "Palazzo Presidenziale" tra il Papa e Shimon Peres. Ecco cosa ci ha dichiarato subito dopo.

Come valuta gli inizi di questa "visita papale" in Israele?

È una visita che ha un contenuto prima di tutto "spirituale" ma con evidenti implicazioni "politiche". Del resto è quello che succede sempre nella "diplomazia vaticana". In Israele questo viaggio del Papa lo consideriamo come un passo ulteriore nel cammino di "riconciliazione" tra "ebraismo" e "cristianesimo". O, per essere più precisi, dovremmo dire tra "Chiesa Cattolica" ed ebrei, perché sono in gioco persone concrete non concetti "astratti".

Già nel suo primo "discorso", pronunciato all’Aeroporto di Tel Aviv, il Papa ha espresso una vibrante condanna dell’"anti-semitismo". Un "atto dovuto" o qualcosa di più?

A dire il vero il Papa ha cominciato ad affrontare i rapporti con il "mondo ebraico" già prima di mettere piede in Israele. Visitando il Monte Nebo ha parlato di un legame inscindibile fra "cristianesimo" ed "ebraismo", un’affermazione che non è nuova ma che finora era pronunciata in occasioni d’incontri o di dichiarazioni "teologiche", non da un simile "palcoscenico".

Come saranno accolti questi "discorsi" dall’"opinione pubblica" israeliana?

Al di là di alcune posizioni "marginali", io credo che la maggioranza dei miei "connazionali" ne sia colpita in modo positivo. D’altra parte non dobbiamo dimenticare che le relazioni tra cristiani ed ebrei hanno un contenuto "emotivo" molto forte per via delle vicende passate. Ma proprio per questo certe parole e, ancora di più, certi "gesti", sono decisivi. Quelli che abbiamo sentito e visto già in questa prima giornata della "visita papale" mostrano una netta "direzione di marcia" che certo non cambierà.

A "Yad Vashem" Benedetto XVI ha preso posizione contro i "negazionisti" della "Shoah". È una risposta alle richieste che sono giunte in tal senso alla vigilia del suo viaggio in Terra Santa?

Ci sono state forti "polemiche" dopo il "Caso Williamson". Io credo però che dobbiamo andare oltre a queste "frizioni" recenti tenendo presente tutto il peso della storia che ci sta alle spalle. Una storia di due "entità" che, secondo la definizione di un "Gesuita", hanno avuto «rapporti tortuosi e labirintici». Ecco, oggi il processo di "dialogo" e di "riconciliazione" si fa in modo chiaro e trasparente. Abbiamo fatto passi in avanti con la dichiarazione "Nostra Aetate" del "Concilio Vaticano II" e poi con l’apertura delle "relazioni diplomatiche" tra "Santa Sede" e Israele. Ed oggi giustamente tutti ricordano il ruolo decisivo che ha avuto Giovanni Paolo II in questo processo. Ma tanti si dimenticano che l’allora Cardinale Joseph Ratzinger era il principale "collaboratore" di Papa Wojtyla.

Tra Israele e "Santa Sede" ci sono "divergenze politiche" sul "negoziato di pace" coi palestinesi...

Certo, e Benedetto XVI ne ha fatto cenno nel suo "discorso" al "Palazzo Presidenziale" di fronte a Shimon Peres. Mi sembra del tutto normale che ci sia una differenza di vedute. Il "processo di pace" è entrato in una fase molto critica ed il Governo di Netanyahu ha delle posizioni che io ad esempio non condivido. Ma vedo un’evoluzione in atto ed alla fine di questo mese le cose saranno un po’ più chiare, dopo gli incontri "separati" che israeliani e palestinesi avranno a Washington con Obama.

Che influsso può avere sul "negoziato" la visita del Papa?

Vede, noi siamo in una situazione di "conflitto" che non si può vincere con le armi. È una guerra contro il "fondamentalismo religioso" e si vince nelle "Moschee", nelle "Sinagoghe", nelle Chiese e nelle scuole. Il problema di fondo riguarda il cambiamento di mentalità e questo può realizzarsi non attraverso "negoziati politici" ma con una educazione e, oserei dire, una "predicazione" molto intensa, che richiami il valore della vita umana ed il "rispetto" reciproco.