Il giorno dopo l’attacco
che ha provocato la morte di due bimbi,
la città, nonostante lo choc, sta provando con coraggio a ritornare alla
normalità.
«Stiamo pagando un alto prezzo».
«Le case non
hanno stanze sicure e la città non ha rifugi sotterranei»,
denuncia scuro in volto il sindaco Ramiz Jeraisi.
Dal
nostro inviato a Nazareth, Luigi Geninazzi
("Avvenire",
21/7/’06)
Intasata e rumorosa, la via
Paolo VI non ha cambiato aspetto, i negozi sono aperti ed i bar affollati come
al solito. Il giorno dopo l'attacco missilistico degli Hezbollah che ha ucciso
due fratellini, Nazareth ostenta normalità. Qui non siamo ad Haifa dove la
gente sta tappata in casa di giorno e nei rifugi di notte. Ed il motivo è
semplice.
«Le case non hanno «stanze sicure» e la città non ha rifugi sotterranei -
dice scuro in volto il sindaco Ramiz Jeraisi - . Anche per questo stiamo pagando
un alto prezzo per un'assurda guerra». Nelle parole del primo cittadino c'è
l'eco del risentimento arabo-israeliano, così diverso dal patriottismo degli
ebrei. Entriamo con lui nella casa della famiglia Taluzi dove si piange la morte
crudele dei piccoli Rabya e Mahmud, di tre e nove anni. Oggi è il momento del
cordoglio, i funerali si sono tenuti già l'altra sera, prima del tramonto, come
prescrive la tradizione islamica. Il razzo Katyuscia è caduto sul quartiere
Safafa, un labirinto di viuzze ripide e povere case senza intonaco, ed è
esploso in mezzo ai bambini che giocavano all'aperto.
Rabya e Mahmud sono stati centrati in pieno, i loro corpi maciullati
orribilmente. All'ospedale italiano «Fatebenefratelli» c'era suor Agnese ad
accoglierli al Pronto soccorso. È una veneta forte e decisa ma adesso appare
sconvolta. «Erano ridotti a pezzi, del tutto irriconoscibili - dice con voce
affranta - . Sono 22 anni che lavoro qui ma non avevo mai visto un tale scempio
di vite innocenti». Anche i feriti erano quasi tutti ragazzi, ci conferma il
direttore dell'ospedale, dottor Massad Bar Um. «La maggior parte di loro è
già stata dimessa, ma lo "choc psicologico" non sarà facile da superare»,
ammette.
Ad essere sotto choc è tutta la popolazione araba della città, sia musulmana
che cristiana. «Non avrei mai immaginato che i razzi degli Hezbollah potessero
colpirci - confessa il vecchio Tayser, dopo aver aspirato profondamente il suo
"narghillè" - . Probabilmente hanno sbagliato bersaglio». Nazareth
si scopre vulnerabile ma nessuno punta il dito accusatore contro i guerriglieri
sciiti. «I razzi non fanno differenza tra arabi ed ebrei - dice Faded Sawahla,
il cui padre è rimasto ferito dallo scoppio di un Katyuscia caduto nella
centralissima via Paolo VI - . Io vorrei che Nashrallah (il leader degli
Hezbollah) la smettesse di spararci addosso, ma vorrei anche che Olmert la
finisse di bombardare il Libano». Tra rabbia e incredulità Nazareth teme il
peggio. Davanti al garage Mazda, bersagliato da un razzo, la gente si ferma a
guardare le porte divelte ed i vetri in frantumi dell'edificio, nel centro
commerciale della città. Se non c'è stata una strage è solo perché a
Nazareth il mercoledì pomeriggio i negozi sono chiusi per il riposo
"infra-settimanale". «L'Alto Comando militare ci aveva sempre detto
di stare tranquilli perchè i missili non sarebbero mai arrivati fin qui.
Mercoledì pomeriggio è accaduto l'assurdo: le sirene sono suonate a Nazareth
Illit (il quartiere moderno dove vivono gli ebrei) ma i razzi sono caduti sul
centro storico, vale a dire sulla parte araba dove non è stato installato alcun
dispositivo di "pre-allarme"», si lamenta il responsabile della sicurezza
municipale, Mamoun Satiti.
Ad avere più paura sono i 30 mila cristiani di Nazareth, poco meno della metà
dell'intera popolazione. «Ma non è tanto la paura per la nostra incolumità,
quanto piuttosto la preoccupazione per le conseguenze di questa guerra» spiega
il superiore del convento dei francescani, il padre guardiano Ricardo Bustos. La
prima conseguenza è già sotto i nostri occhi: il piazzale della Basilica
completamente vuoto, le vie attorno deserte. Dentro c'è solo una coppia di
giovani polacchi, immobili nella luce multicolore che filtra dalle vetrate e
rimbalza sulle pareti bianche della Grotta dell'Annunciazione. Spariti di colpo
le torme vocianti di pellegrini che fino a tre giorni fa sostavano all'hotel
Galilea e s'aggiravano per le bancarelle di souvenir. «Proprio adesso che erano
ripresi i pellegrinaggi da tutto il mondo...» dice sconsolato padre Ricardo. E
c'è anche il timore che, con l'acuirsi della tensione sul fronte esterno,
riesplodano i vecchi e mai sopiti contrasti tra cristiani e musulmani di questa
città. Ieri, per la prima volta dall'inizio delle ostilità sul fronte
libanese, i razzi caduti sulla Galilea sono stati solo una ventina, e non hanno
fatto vittime. Ma la guerra continua. Cala la sera su Nazareth e non si odono le
musiche e le risate festose che caratterizzano l'estate dei matrimoni arabi.
Qualcosa si è spezzato nel cuore della città santa della Galilea.