LA FINE DELL’INCUBO

Caterina Giraudo e Maria Teresa Olivero
parlano dei giorni della loro "prigionia" in Africa.
«Un dono immenso è stato saper parlare un po’ di "somalo"».
«Paura e angoscia nei giorni del "sequestro".
A salvarci è stata la fede nella "Provvidenza"».

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«Mai provato odio per i nostri "rapitori"»

Il racconto delle "religiose":
«Abbiamo vissuto senza pensare a quel che sarebbe successo l’indomani.
Grazie a chi ci ha sostenuto con la preghiera».

Sr. Maria Teresa Olivero e Sr. Caterina Giraudo, Missionarie in Kenya!

Da Cuneo, Chiara Genisio
("Avvenire", 3/3/’09)

Preghiera e abbandono alla "Provvidenza" hanno contraddistinto i 102 giorni di prigionia in Somalia di Caterina Giraudo e Maria Teresa Olivero. Ora, al sicuro nella loro "comunità" a Cuneo, ricordano i giorni carichi di angoscia ed esprimono la gioia e lo stupore per la grande "solidarietà" che ha suscitato il "sequestro".

Quando avete capito chi erano i vostri rapitori?

Non abbiamo mai avuto timori sul fatto che ci potesse accadere una cosa così. C’erano sì disordini e sofferenze nella nostra zona, ma ne soffrivamo con la nostra gente. Quando sono venuti a prenderci, abbiamo capito chi erano e, dopo poche ore, essi stessi ce lo hanno detto apertamente: «Noi siamo di "Al Shabaab"» (gruppo di giovani "islamici" vicino ad "Al-Qaeda", "ndr").

Qual è stato il vostro primo pensiero?

Non abbiamo avuto il tempo di pensare a niente, ci hanno preso in pochi minuti e poi ci hanno portato via attraversando tutta la città. Cercavamo di gridare, ma per fortuna nessuno è intervenuto perché sarebbe potuto succedere qualcosa di terribile a noi e a chiunque avesse cercato di aiutarci.

Eravate riconoscibili come Suore?

No. Non avevamo nessun segno distintivo e poi i nostri rapitori non sanno cosa sono le Suore. Abbiamo solo avuto il tempo di vestirci sommariamente.

Ci sono stati momenti difficili?

Sì, abbiamo avuto paura. Ma oltre a questo, provavamo angoscia per il fatto di non avere nessuna notizia sulle nostre "comunità".

Suor Caterina, lei parla un po’ di "somalo"…

Questo è stato un dono immenso, perché ha permesso di stabilire subito un po’ di comunicazione nel quotidiano. È stato un fatto "provvidenziale".

Il giorno della liberazione, come avete capito che era il momento "buono"?

Quel mattino ci è stato detto di prepararci. Ci hanno dato il "burqa" per coprirci il viso e la "mantellina" per tutto il corpo.

Più volte avete ripetuto che la preghiera è stata la vostra "àncora di salvezza". Potevate farvi il "segno della croce" o inginocchiarvi?

No, per loro non sappiamo pregare, ce lo hanno detto. Ma noi lo sapevamo già, dopo tanti anni a fianco dei musulmani, anche se non sono tutti così. Molti musulmani rispettano moltissimo la nostra preghiera, la nostra vita. Ma questi non sono dei semplici musulmani. Noi evitavamo qualunque cosa che potesse suscitare tra noi e loro un qualsiasi discorso" religioso", per non trovarci in difficoltà.

Avete perdonato i vostri rapitori?

Non abbiamo mai avuto un sentimento di "repulsione" e di odio. E questo è stato il primo "miracolo".

Avete vissuto in modo particolare la vostra condizione di prigioniere, rispondendo con la "non violenza" e non odiando chi vi teneva segregate…

È l’unico modo che noi sentivamo come "nostro", per poter vivere anche come "religiose" e cristiane. A chiunque diremmo che è l’unico modo per vivere una situazione del genere.

Questa esperienza cambierà il vostro modo di essere "Missionarie"?

Non credo, continueremo a percorrere il cammino che abbiamo intrapreso tanti anni fa. Se torneremo con la nostra gente, ci sentiremo ancora più uniti a loro perché ci hanno dimostrato un affetto incredibile. Abbiamo scelto di vivere solo di "Provvidenza" e tutto ciò che facciamo è grazie a tutte le persone che ci sostengono.

Quanto vi fermate in Italia?

Nel nostro periodo di prigionia ci siamo sempre ripetute di non pensare a ciò che accadrà domani. Viviamo con "intensità" l’oggi. E adesso continuiamo a fare così…