Anche la
"Lega araba" ha condannato il sequestro del religioso.
Prosegue l’esodo della minoranza cattolica: 500mila nel 2003, ora sono 25mila.
Il visitatore
apostolico, padre Najim:
necessario l'intervento della comunità internazionale in favore dei civili.
«Non c'è alcun impegno da parte del governo».
Luca
Geronico
("Avvenire",
8/6/’07)
È in corso «un genocidio nei
confronti di tutta la popolazione irachena». La liberazione dei cinque giovani
caldei rapiti mercoledì a Baghdad merita solo un sospiro di sollievo. Dai
microfoni di "Radio Vaticana" padre Philip
Najim, visitatore
apostolico dei cristiani caldei in Europa, non riesce a rallegrarsi.
Padre Hani Abdel Ahad è ancora nelle mani dei sequestratori, probabilmente dei
criminali comuni interessati solo al denaro e che hanno già fatto pervenire una
richiesta di riscatto al patriarca Delli. Un sequestro deplorato anche dal
segretario generale della "Lega araba", Amr Mussa che ha messo in
guardia contro atti che murano a «consacrare la divisione etnica in Iraq». Ore
drammatiche, mesi drammatici: «È necessario l'intervento della comunità
internazionale per proteggere la popolazione, già molto provata anche dagli
attentati e dalle autobomba, dai rapimenti e dalle sofferenze quotidiane»,
afferma il visitatore apostolico. Per questo, prosegue, «chiediamo che la
comunità internazionale, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite mettano
davanti a tutti la loro responsabilità verso questa umanità massacrata, che
ogni giorno paga con il proprio sangue».
Emergenza umanitaria che riguarda l'intero popolo, ma con una particolare
attenzione alla persecuzione della minoranza cristiana, volutamente oppressa
«per creare in loro un senso di paura». E poi una denuncia che in passato non
era mai stata tanto precisa e dettagliata: «Li stanno costringendo a lasciare
il Paese o a convertirsi all'islam. Se non lo fanno sono costretti a pagare una
tassa mensile». Una situazione sopportata con «coerenza e coraggio» oltre che
nella inevitabile «paura». Un appello alla comunità internazionale quanto mai necessario perché «non vediamo alcun impegno, alcuna responsabilità da
parte del governo iracheno» mentre «manca la sicurezza e mancano i beni di
primaria sopravvivenza».
Una situazione che ha prodotto un continuo esodo. Oggi, secondo il direttore di
"Caritas internazionalis" in Giordania, Wael Suleiman, i cristiani
sarebbero non più di 20-25mila quando nel 2003 erano più di mezzo milione. «I
cristiani - racconta Suleiman - scontano una doppia persecuzione: da parte
sunnita e da parte sciita. Dove fino a poco tempo fa sorgevano interi quartieri
cristiani, ora non rimangono che poche famiglie che se escono per poche giorni
di casa rischiano di trovarle occupate dai musulmani». Naturale che chi può
fugge: molti al Nord, la culla del cristianesimo iracheno, chi ha la
possibilità all'estero.
Alcuni gruppi, specialmente quelli della diaspora caldea all'estero, sostengono
la creazione di una «enclave assira» nella piana di Ninive ai confini con la
regione "semi-autonoma" del Kurdistan. Una possibilità segnalata
anche dall'episcopato americano al segretario di Stato Usa Condoleezza Rice e
che potrebbe trovare riscontro nella visita di domani in Vaticano del presidente
George Bush. L'ipotesi ha tuttavia trovato una ferma opposizione nella gerarchia
locale. Nella piana di Ninive «i cristiani sarebbero un cuscinetto comodo e
indifeso tra arabi e curdi», ha dichiarato l'arcivescovo di Kirkuk Louis Sako.
Secondo il caldeo Sako «sarebbe molto meglio lavorare sul piano costituzionale
per garantire la libertà religiosa e pari diritti per i credenti di tutte le
fedi».