LA DIFFICILE "TRANSIZIONE"

Il religioso caldeo è in questi giorni in Italia per ritirare il premio "Defensor fidei":
«La democrazia va preparata poco a poco, non solo con la politica.
Ma i regimi "teocratici" sono la fine».

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«Aiutate i profughi cristiani a ritornare al Nord»

L’arcivescovo di Kirkuk: chi fugge resta "choccato".
Con progetti di "cooperazione" si possono ripopolare i villaggi del Kurdistan.

MONS. LOUIS SAKO, Arcivescovo Caldeo di Kirkuk (Iraq).

Luca Geronico
("Avvenire", 31/5/’08)

Libertà degenerata in "caos", il terrorismo che paralizza le coscienze e Chiese vuote perché i cristiani sono dovuti fuggire. Eppure Louis Sako – arcivescovo caldeo di Kirkuk, premiato come «Defensor fidei» dalla rivista "Il Timone" – è un uomo mite, capace ancora di sperare e di parlare di «perdono».

Eccellenza, a Stoccolma il "premier" Maliki ha chiesto di condonare il debito internazionale, ma si è rifiutato di definire «povero» il Paese. In realtà come vive la sua gente?

Certo, l’Iraq è ricco di risorse, ma dopo tre guerre, 12 anni di "embargo" e la continua corsa al "riarmo" è molto povero. Chi ha un lavoro può mantenere tutta la famiglia, gli stipendi sono migliorati, ma non c’è occupazione per tutti. La sicurezza resta il più grande ostacolo, la ricostruzione è lenta e non siamo liberi nelle scelte economiche, si deve sempre chiedere agli "Usa".

Dopo il "martirio" di monsignor Rahho, come si può fermare l’esodo dei caldei?

Non c’è una soluzione "magica", ma è necessario un nuovo progetto pastorale. Ci sono pericoli in Iraq, ma le sfide per chi va in Occidente sono enormi: gente povera che non conosce lingua e mentalità occidentali e resta "choccata". Chi non può rientrare, chi ha già parenti all’estero è giusto che vada in Europa. Per gli altri bisogna creare una possibilità di rientrare, almeno provvisoriamente, nel Nord dell’Iraq.

Come? Cosa può fare la "comunità internazionale"?

Bisogna agire caso per caso: i cristiani sono i meglio preparati ad integrarsi in Occidente. Ma non è possibile trovare accoglienza per tutti e la nostra grande preoccupazione è la scomparsa della cristianità irachena. La Chiesa universale e i governi possono creare dei progetti per ripopolare i villaggi del Nord: una scuola professionale o per infermieri, piccoli progetti di "cooperazione". Incoraggiare i cristiani in Siria e in Giordania a rientrare nel Nord.

La nuova "Costituzione Federale" potrebbe celare un progetto di spartizione dell’Iraq. Voi vi siete sempre opposti. Perché?

I cristiani hanno sempre vissuto fra gli altri iracheni e creare una "enclave" cristiana è una trappola politica. Chi lo propone ha degli interessi. Un progetto appoggiato pure da alcuni partiti cristiani: una pericolosa "utopia".

"Al-Qaeda" è davvero sconfitta come sostiene la "Cia"? Quali le altre forze della "destabilizzazione"?

Penso che la maggioranza dei musulmani sia convinta che il "fondamentalismo" rappresenti una "deformazione" della loro religione. Sono però ben presenti la forte influenza dei Paesi vicini, la resistenza legata al vecchio "regime", la delinquenza comune e la mancanza di lavoro.

Nel 2003 si parlava dell’Iraq come «modello per il Medio Oriente». Cinque anni dopo la regione sembra ancora più instabile...

I regimi vicini all’Iraq pensano sia una minaccia e una democrazia va preparata poco a poco, non solo politicamente ma anche sul piano umano e religioso. Forse è meglio un modello po’ diverso da quello in Occidente, ma bisogna insistere sulla democrazia: vivere con i regimi "teocratici" è la fine.

Se il rischio è la scomparsa, in positivo quale potrebbe essere la missione dei cristiani iracheni?

Siamo molto apprezzati dai musulmani per la nostra "morale", l’apertura al dialogo. Possiamo aiutare gli altri a leggere la religione in un modo nuovo: in un mondo dove la vendetta è "sacra", insegnare il perdono.