IL "SUMMIT" DELLA "FAO"

Parla l’economista Simona Beretta:
«I "vertici" servono a manifestare un’assunzione di responsabilità che,
una volta espressa, difficilmente può venire poi "elusa".
Non servono tanto aiuti d’emergenza,
quanto un sostegno "mirato" a mercati e tradizioni locali».

RITAGLI     «L’impegno pubblico sarebbe un successo»     MISSIONE AMICIZIA

Secondo la docente dell’"Università Cattolica",
le cause della crisi sono da imputare al sistema delle "politiche economiche",
che nei Paesi avanzati hanno difeso il proprio settore agricolo, ormai "marginale".

Africa: condivisione del poco cibo che resta...

Basta un piccolo aiuto, nelle mani dei poveri!

Un banco del mercato, sulle strade dell'India...

Luca Geronico
("Avvenire", 5/6/’08)

Un "vertice" in piena "allerta mondiale" per il "caro-cibo". Una "passerella" di Capi di Stato con annessi "imbarazzi" diplomatici.

Simona Beretta – docente di "politiche economiche internazionali" all’"Università Cattolica" – l’"appello" del Direttore Generale della "Fao", Jacques Diouf, a «misure urgenti» questa volta non pare "retorico"...

Questi "vertici" servono a manifestare pubblicamente un impegno reciproco. Il controllo fra pari è un modo per inchiodare tutti reciprocamente alle loro responsabilità. Un impegno in quella sede appare inderogabile, più di eventuali accordi "bilaterali".

Diouf, alla vigilia del "vertice", ha chiesto di investire ogni anno quasi 30 miliardi di euro. Il piano "Fao" sembra chiedere sementi e fertilizzanti per incrementare la produzione locale. Si va nella giusta direzione?

Nei decenni passati si è constatato come gli sforzi di fornire aiuti sotto forma di alimenti hanno causato disagi molto forti alla popolazione. Certamente si è "tamponata" l’emergenza, ma nel medio e lungo termine si è inferto un ulteriore "colpo mortale" all’agricoltura locale. Inviare sementi e fertilizzanti è un passo in avanti, tuttavia, non è un passaggio semplice. Spesso per garantire la sufficienza alimentare non occorrono generiche sementi, ma quelle adatte per quel particolare territorio. Introdurre colture "standardizzate" con grandi quantità di semente ha sempre una componente di "tecnocrazia" con "effetti collaterali" non sempre graditi. Il problema non è la quantità di semente, ma avere l’attenzione precisa ai bisogni del luogo. E questo, con buona pace di tutti, non può essere garantito tanto dall’ammontare degli "stanziamenti" internazionali, quanto dalla qualità delle relazioni dei soggetti che effettueranno tecnicamente l’intervento: il fine è rispettare e favorire il mercato locale, le tradizioni economiche.

Quali, in sintesi, le cause di questa "spirale negativa" sui prezzi dei prodotti alimentari?

Le cause remote sono da imputare al sistema delle politiche economiche che nei Paesi avanzati – per tante ragioni anche buone – hanno fortemente difeso il settore agricolo, marginale in quelle società. Nei Paesi a basso reddito, invece, questa politica ha favorito uno sviluppo di altri settori produttivi, penalizzando l’agricoltura. Si è difeso un settore marginale, quale è l’agricoltura, nei settori avanzati, e penalizzato il settore principale, l’agricoltura stessa, nei Paesi poveri: nulla è stato fatto per favorire la sicurezza alimentare, al contrario si sono sviluppate "monocolture" destinate all’esportazione. Le cause recenti sono una maggiore domanda di prodotti agricoli per l’uscita da condizioni di povertà estrema e il cambiamento di "dieta" di una parte della popolazione (la Cina, ma non solo). Inoltre, i sussidi agricoli dei Paesi avanzati si sono rapidamente trasformati in sussidi per la creazione di "bio-carburanti". L’effetto è perverso: "sussidiare" l’agricoltura con gli effetti negativi già detti e nemmeno facendo arrivare sul mercato prodotti alimentari a tenere bassi i prezzi.

Il "caro-cibo", in termini di emergenza, ha fatto parlare di un problema antico ma «troppo ordinario» per "bucare" le prime pagine...

Un miliardo di persone che hanno problemi di sicurezza alimentare e molte di più che hanno un accesso precario al cibo... Una situazione che non nasce sei mesi fa. E la sicurezza alimentare ormai riguarda anche Paesi a reddito medio, con forti squilibri interni. Il problema è di povertà, cioè di possibilità di accesso all’alimentazione: di cibo ce ne è abbastanza per tutti, il problema è di accesso. Le sementi sono un aiuto ad aumentare la produzione, ma questo non risolve il fatto che chi è povero non riesce a comprare il cibo e muore di fame. Adesso c’è un’emergenza alimentare, ma la lotta alla povertà non si risolve con un intervento "settoriale" sull’agricoltura. La lotta alla povertà ha bisogno di una comprensione precisa di quali sono le cause per ogni precisa situazione.

Solo soluzioni tecniche? Non sarebbe necessario un approccio culturale diverso?

La tecnica non è mai disgiunta dalla cultura. Il problema è quando ci sono soluzioni tecniche non adeguate alla natura dell’uomo; la cultura "tecnocratica" di chi si aspetta una soluzione "dall’alto" è completamente inadeguata. Invece va detto ad alta voce: serve una cultura con l’uomo al centro, che per prima cosa affermi la dignità della persona e crei le condizioni in cui una comunità possa soddisfare da sola i suoi bisogni.