La sfida della
"libertà religiosa", la questione "Curda",
il nodo del "centro petrolifero" di Kirkuk,
i rapporti tra "Sunniti" e "Sciiti", il ruolo dell’Iran.
Hussein Safa analizza le "contraddizioni" del "processo di
transizione".
E indica le "priorità" per la fase «post-Usa»
«Più "democrazia" in Iraq,
![]()
più tutela ai cristiani»
Parla il
responsabile della "sicurezza", Hussein Safa.
«Per proteggere la popolazione,
non esiste una soluzione unica ed "astratta",
si deve "navigare a vista"».
![]() |
![]() |
Luca
Geronico
("Avvenire",
23/11/’08)
Deputato dal 2003 al 2004 nell’"Iraqi Gouverning Council" – il "Parlamento" provvisorio nell’immediato "dopoguerra" durante l’amministrazione guidata dal "pro-console" americano Paul Bremer – Hussein Safa durante il "regime" di Saddam Hussein era "generale di brigata" dell’aviazione. Ora con Mowfaq Al-Rubaie presiede il "Consiglio di sicurezza", l’organismo che affianca il "premier" iracheno Nouri Al-Maliki nella stesura e nel "monitoraggio" del "piano di sicurezza nazionale" approvato per "stabilizzare" il Paese. Al-Rubaie, pure lui invitato a Como dal "Centro Volta" per un "congresso", non ha potuto lasciare Baghdad: il "Parlamento" deve approvare l’accordo per il "disimpegno" graduale delle truppe "Usa". Ovvio con Safa partire proprio dall’"exit strategy" americana.
Hussein Safa, le date del "ritiro" americano sono fissate, mentre a fine Gennaio si svolgeranno le "elezioni provinciali". Ma molti ora temono che la definizione dello "status" del "centro petrolifero" di Kirkuk e la questione "Curda" possano riaprire un grande "contenzioso"; addirittura c’è chi teme un nuovo "conflitto". Timori giustificati?
Il "ritiro" americano
sarà graduale e finché resteranno le truppe americane (il 2011) hanno una
specifica "missione": dare supporto all’esercito iracheno. Quindi
non prevedo un esito drammatico da questo accordo.
Quanto alla questione "Curda", in effetti, rappresenterà in futuro
una nuova grande sfida per l’Iraq:
in questi giorni c’è stata una animata discussione in "Parlamento"
e il Paese, ne sono certo, riuscirà a fare dei progressi, anche se graduali,
data la delicatezza e le molte implicazioni del problema.
Ieri il Ministro degli Esteri italiano Frattini ha incontrato il "premier" iracheno Al-Maliki, che ha assicurato essere un «dovere» proteggere la "minoranza cristiana". Dopo le polemiche dei mesi scorsi sulla rappresentanza delle "minoranze" nelle "elezioni provinciali" e dopo la violenta "persecuzione" a Mosul, il Governo come pensa di garantire la sicurezza dei "Caldei"?
La sicurezza resta un problema in tutto l’Iraq, ma una cura particolare deve essere data evidentemente ai cristiani. Certo gli "strascichi" delle violenze a Mosul hanno portato il Governo a prendere misure molto importanti: una speciale "mobilitazione" dell’esercito iracheno, il cambiamento del comando delle "operazioni militari" nell’area. Inoltre molti dei responsabili "Curdi" dell’"intelligence" sono stati assegnati ad alte regioni e sostituiti con personale arabo; e questo nello sforzo di rinforzare notevolmente la presenza dei "servizi segreti" all’interno di Mosul, un "nodo chiave" per la sicurezza della città.
Ma molte voci della "Comunità Caldea" denunciano ancora una mancanza di fiducia. Come pensate di ridare speranza a questa gente, molti dei quali divenuti loro malgrado degli "sfollati"?
A Mosul alcune centinaia di
famiglie cristiane, a quanto mi risulta, hanno cominciato a ritornare. Speriamo
che altri lo facciamo e questo è per noi un indicatore di "fiducia":
la sicurezza, come ho detto, è certo un problema e il fatto che si cominci a
tornare è un segno di "speranza".
Quanto agli "sfollati", che sono più di un milione, la maggioranza di
essi è di musulmani, anche se i cristiani sono percentualmente molti. Per loro
il Governo ha studiato un "piano" di interventi e alcune famiglie stanno
rientrando anche nei quartieri più "disagiati" di Baghdad. Solo il
progresso della "stabilizzazione" e della sicurezza può dare a loro
delle effettive "chance".
Con la lenta "uscita di scena" degli "Usa", molti si chiedono se cambieranno gli "equilibri politici" fra gli "Sciiti" e i "Sunniti". Guardando al futuro, ci si domanda se Teheran non abbia intenzione di trarne vantaggio. È un pericolo reale?
Sia gli "Sciiti" sia i "Sunniti" affermano di voler mettere gli uomini giusti nei posti giusti, ma poi in pratica cercano di difendere i loro interessi. Uno degli impegni del "Consiglio di Sicurezza" è infatti quello di trovare soluzioni adatte per dare una giusta rappresentanza a tutta la società, specie nelle "forze di sicurezza". Quanto all’influenza di Teheran, ora la situazione è migliorata rispetto a due anni fa: il tempo fornisce da solo degli "argini". Ci sono già dei "limiti" espliciti e con il tempo le differenti "visioni politiche" e gli interessi economici nazionali creeranno una ancora più netta separazione fra Baghdad e Teheran, una differenza molto più forte di quanto non possa essere la comune presenza "Sciita", maggioritaria anche in Iraq.
Molti "analisti" Occidentali pensavano che il "piano" di Condoleezza Rice fosse quello della "tri-partizione" del Paese o, almeno, un forte "federalismo". Ora con Obama gli "Usa" cambieranno gli obiettivi?
Francamente non ho avuto l’impressione che gli Stati Uniti appoggiassero questa soluzione: hanno favorito la discussione per la riforma della "Costituzione", ma senza incoraggiare una idea specifica...
Hussaein Safa, è possibile la "democrazia" in Iraq?
Ci sono ancora molti timori, ma il "piano di sicurezza nazionale" sta raggiungendo molti obiettivi: non può esserci una soluzione unica ed "astratta", ma si tratta di "navigare a vista", "empiricamente" cercando di risolvere ogni nuova sfida. Oggi le "elezioni provinciali", domani Kirkuk. Molti guardano alla "ricostruzione" dopo la "seconda guerra mondiale" in Italia come a un buon esempio da imitare.