LA FINE DELL’INCUBO

«Ci davano cibo pronto, buono e non mancava l’acqua.
Non ci hanno trattato male, ma abbiamo vissuto tanta, tanta angoscia»,
hanno raccontato Caterina Giraudo e Maria Teresa Olivero.
«La "preghiera" ci distoglieva dalle paure,
ma non sapere nulla è stato tremendo».
Subito dopo il "sequestro", le due "Sorelle" hanno camminato a lungo,
sempre circondate dai "guerriglieri".
Poi il trasferimento in macchina,
fino al "nascondiglio" finale, vicino a Mogadiscio.
«Non ci hanno mai mancato di rispetto.
Sempre chiuse in una stanza: è stata dura».
Il "grazie" al Papa: «Lo abbiamo sentito vicino».

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Rilasciate in Somalia, dopo 102 giorni.
La "Farnesina": «Nessun "riscatto", né "azioni militari"».

Sr. Maria Teresa Olivero e Sr. Caterina Giraudo, Missionarie in Kenya!

Luca Geronico
("Avvenire", 20/2/’09)

«Libere, siamo libere...». Un grido soffocato in gola da 102 giorni. La voce rotta dall’emozione, affievolita dalla fatica e dall’angoscia: «Siamo in macchina, qui a Nairobi. Ci stanno portando all’"Ambasciata Italiana"». La prima chiamata è per Suor Gianna, la responsabile del "Movimento Missionario Charles de Foucauld": l’incubo – iniziato la notte del 9 Novembre nel villaggio di El-Wak in Kenya – è finito solo da pochi minuti per Maria Teresa Olivero e Caterina Giraudo con quel volo da Mogadiscio.
«Non sapevamo nulla: poi questa mattina ci hanno detto che eravamo libere – racconta ad
"Avvenire" Caterina Giraudo – . Delle persone molto gentili ci hanno portato all’aeroporto e siamo partite su un piccolo aereo, ma in buone condizioni. Non conoscevamo nessuno, ci siamo semplicemente fidate di chi ci diceva di seguirle. Ancora un po’ di ansia, perché non si sa mai cosa può succedere...». Da giorni a Nairobi si parlava di una "trattativa" ormai conclusa, con i soli "dettagli logistici" da definire. Ieri, finalmente, l’epilogo. Tutto fin troppo tranquillo – raccontano quasi incredule le due "religiose" – , dopo che il 9 Novembre un "commando" aveva fatto irruzione nel villaggio di El-Wak, vicino al confine con la Somalia. Probabilmente cercavano due americani, ufficialmente operatori di un’"agenzia umanitaria". Qualcuno il giorno prima aveva avvisato i due stranieri – sospettati di essere agenti della "Cia" o dell’"Fbi" – di fuggire: i "guerriglieri" avevano così sfogato la loro rabbia assaltando la missione, alla "periferia" del villaggio. «Con i fucili hanno spaccato le porte di casa. Poi ci hanno costrette a seguirli», raccontano ora le due Suore. Un primo lungo spostamento a piedi con un gruppo di una decina di "guerriglieri", somali e keniani, di cui uno solo parlava inglese, che di notte le circondavano per impedire la fuga. Poi un secondo tragitto in macchina, probabilmente usando un traghetto, fino al nascondiglio definitivo: sembra, dalle prime indiscrezioni, a una decina di chilometri da Mogadiscio.
E mentre partivano le "mediazioni diplomatiche", per Suor Caterina e Suor Maria Teresa iniziavano i tre mesi più lunghi della loro vita: «Ci davano cibo pronto, buono. Non mancava nemmeno l’acqua. Abbiamo sempre vissuto vicino a un gruppetto di loro che ci custodiva. Non ci hanno mancato di rispetto, non ci hanno trattato male. Sempre chiuse in una stanza, è stato molto duro, ma era logico che fosse così», racconta Caterina Giraudo, che parla un po’ di "dialetti locali". Quanto bastava per scambiare alcune frasi, instaurare un minimo di rapporto umano con i "carcerieri".
«Sono stati mesi molto duri, abbiamo vissuto tanta, tanta angoscia. Però siamo state salvate dalla fede, dalla preghiera: abbiamo sempre pregato, giorno e notte, e pregando ci distoglievamo da tutti gli incubi. Paure, però, che non potevamo non vivere. Non sapere nulla è stata una angoscia molto grande». Poi qualche segnale, la percezione dei primi contatti, la notizia degli "appelli" del Papa e delle "veglie di preghiera" in Italia: una luce in fondo al "tunnel".
Nessuna minaccia, nessuna esplicita "persecuzione religiosa": «Non sapevano che noi fossimo delle Suore: è al di fuori della loro concezione, non capiscono», afferma Suor Caterina. «Semplicemente faceva problema che noi fossimo persone non sposate: qualche volta hanno accennato alla questione, ma sono stati abbastanza prudenti. Non hanno insistito più di tanto anche sulla religione, non ci siamo sentite a disagio più di tanto». Nessun "riscatto" pagato e nessun "blitz" per liberarle, precisa dalla "Farnesina" il Ministro degli Esteri Frattini. Pochi dubbi a Nairobi sulla "matrice islamista" del gruppo dei "sequestratori", ma le due rapite non sanno dare motivazioni: «Molto difficile per noi trovarne: una volta "sequestrate", non abbiamo visto e parlato con nessuno al di fuori dei nostri "carcerieri". Non sappiamo nulla di più approfondito sulla nostra vicenda».
Ma ieri era come risvegliarsi da un incubo, era il giorno della gioia e dei ringraziamenti, anche al
Papa: «Lo abbiamo sentito tanto vicino… Grazie!». Dopo tre mesi, finalmente l’abbraccio alla loro "comunità" e a chi ha sempre pregato per loro: «Diciamo solo grazie, siamo state unite immensamente: sapevamo che molti pensavano a noi. Noi pregavamo e dal di fuori si pregava per noi, in grande unità. È stata una "catena di solidarietà"».