LA FINE DELL’INCUBO

«Abbiamo passato la maggior parte del tempo chiuse in una stanza, "decente" e pulita.
Due o tre "guerriglieri" erano sempre presenti e di notte si radunavano tutti:
uno di loro "vegliava" con il fucile a fianco.
Solo nelle ultime settimane non stavano sulla porta, ma poco distanti».

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I 102 giorni di Suor Caterina e Suor Maria Teresa:
«La più piccola "notizia" ci dava speranza».
«L’angoscia saliva in modo particolare quando ci facevano parlare al telefono:
i "rapitori", erano tutti lì, davanti a noi,
a farci segno che ci avrebbero uccise se non arrivavano i soldi».

Luca Geronico
("Avvenire", 21/12/’09)

Ieri sera, finalmente la prima Messa, nel raccoglimento della "comunità missionaria" di Nairobi. Dopo 102 giorni, per Suor Caterina Giraudo e Suor Maria Teresa Olivero è veramente finita.

Suor Caterina e Suor Maria Teresa, quale gesto, quale sensazione vi ha dato il sapore della libertà ritrovata?

Suor Caterina: «Poter parlare con persone che conosciamo e che usano il nostro stesso linguaggio, con cui ci comprendiamo su tutte le linee: questa è una sensazione straordinaria. Dà proprio il senso della libertà».

Quel è stato il momento peggiore? Forse quando, "armi in pugno", vi hanno prelevato a El-Wak?

Suor Caterina: «Quando ci hanno rapite, non ci siamo quasi rese conto: è stato un momento brevissimo, un enorme "trambusto". L’ho vissuto come fossi incosciente. Poi, quando tutto si è fermato, allora ci siamo rese conto: eravamo perse».

Quando lo avete capito?

Suor Maria Teresa: «Una volta che ci siamo trovate chiuse in una macchina. Fino a quel momento speravamo ancora: abbiamo chiesto aiuto, gridato a tutta voce. Ma nessuno poteva aiutarci ed è stato meglio così perché la situazione poteva essere molto più tragica».

Chi erano i vostri "carcerieri"? Come erano le giornate di "prigionia" con loro?

Suor Caterina: «Abbiamo passato la maggior parte del tempo in una casa in muratura, chiuse in una stanza "decente", abbastanza decorosa e pulita: in genere ben illuminata e arieggiata. Per un periodo sono stati solo tre i "guerriglieri" che si davano il cambio. Poi se ne sono aggiunti altri tre. Per la maggior parte del tempo, quindi, sono stati in sei. Due o tre erano sempre presenti nella nostra stanza. Ma di notte si radunavano tutti e uno di loro loro "vegliava" con il fucile al fianco. Nelle ultime tre o quattro settimane i nostri "guardiani" erano un po’ più lontani: non erano più sulla porta, ma pochi metri distanti. Allora ci siamo sentite un po’ più rilassate».

Suor Maria Teresa: «Non facevano nulla di speciale, ma erano dei giovani che giocavano fra di loro, giocavano con i fucili: a volte era veramente pesante, ma nello stesso tempo, per noi, era anche un po’ un "diversivo"».

Quando avete capito che c’era stato un "contatto"? È vero che avete saputo degli "appelli" del Papa?

Suor Maria Teresa: «Sin dal primo momento ci siamo dette: la nostra "comunità" inizierà a pregare per noi e chissà quanti ci penseranno. Eravamo sicure di questo, ma non avremmo mai immaginato la "solidarietà" che abbiamo scoperto solo adesso».

Suor Caterina: «Del Papa lo abbiamo saputo da una telefonata alle nostre "Sorelle" che siamo riuscite a ottenere dai "rapitori". Chi rispose ci disse: "Avete mezzo mondo che prega per voi, persino il Papa"».

Quale il momento peggiore?

Suor Caterina: «Sono stati tanti... ma l’angoscia saliva in particolare quando i "rapitori" ci facevano parlare con la "parte italiana": erano emozioni incredibili, indimenticabili. Eravamo sotto fortissima pressione: i "rapitori", erano tutti lì, davanti a noi, a farci segno che ci avrebbero uccise se non arrivavano i soldi.
Poi, per quattro o cinque settimane non siamo riuscite a strappare una sola notizia: non sapevamo se avessero parlato o meno con l’"Ambasciata". Ogni notizia, ogni cenno ci rasserenava anche se assolutamente non potevamo verificare alcunché. Riuscire a sapere qualcosa ci sollevava immensamente».

Tre mesi di angoscia e di preghiera. Quale pensiero ricorrente nel "colloquio" con Dio?

Suor Caterina: «La certezza della presenza di Dio con noi, che era "prigioniero", che soffriva con noi e ci sosteneva. Anche l’amore a "Maria Santissima" ci ha molto aiutato, abbiamo pregato tanto il "Rosario" insieme.

Ogni Missionario, prima di partire, riceve la "Croce" come sua sola "compagna di viaggio". Avevate mai pensato a questo genere di sofferenza?

Suor Caterina: «No, mai, non abbiamo mai avuto il minimo dubbio che potesse accadere. Pensavamo ad altri pericoli, mai a questo».

Che sentimento provate ora verso i vostri "carcerieri"?

Suor Caterina: «Fin dal primissimo istante abbiamo avuto un sentimento di perdono e di accoglienza, mai di "ribellione", di "rifiuto". Questo è stato un grande dono: ci ha aiutato a stabilire rapporti il più possibile buoni. Cercavamo di rassicurarli, continuavamo a ringraziarli per le loro attenzioni verso di noi. E poi ci ha aiutato molto pensare alla pagina del "Vangelo" che insegna l’amore per i proprio nemici. Il Signore ci ha "liberati" anche dal sentimento di odio».

Perché, secondo voi, vi hanno rapito?

Suor Caterina: «Per il poco che capivamo, penso che volessero solo i soldi».

Tornerete in "missione"?

Suor Caterina: «Siamo membri di una "comunità" verso cui siamo sempre disponibili. In questo momento, non possiamo dire nulla di più sul nostro futuro».