Iraq, 6 milioni in classe.
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Ricostruzione alla prova
Gli alti
tassi di evasione scolastica sono un segnale della precarietà
con cui si è costretti a convivere.
Molte le intimidazioni agli insegnanti.
L’"Unicef" ha ricostruito 270 edifici scolastici.
Luca
Geronico
("Avvenire", 10/10/’07)
Corsi di recupero per 20mila
sfollati e un programma per garantire l’apprendimento a distanza ai ragazzi
che per ragioni di sicurezza non possono uscire di casa. Anche per loro, assieme
agli altri 6 milioni di bambini, oggi in Iraq
sarà il primo giorno di scuola.
Piccole "carovane" di auto fracassate nei quartieri più benestanti, ronde a piedi
dei padri in periferia. Chi accetta il rischio di uscire di casa si fida solo
della propria comunità: sunniti con sunniti, sciiti con sciiti, caldei – i
pochi rimasti – con caldei.
Se fra il Tigri e l’Eufrate è nata la scrittura "cuneiforme", se l’analfabetismo
era quasi sconosciuto ancora negli anni bui del regime, ora costruire un futuro
per i propri figli resta la sfida più difficile per i genitori e le famiglie
del nuovo Iraq. L’anno scorso un bambino su sei non è riuscito a sedersi fra
i banchi di scuola, mentre solo il 40% degli studenti delle superiori (Kurdistan
escluso) sono riusciti a superare gli esami di maturità. L’anno scorso erano
stati il 60% ma quest’anno solo il 28% dei maturandi (152mila su 642mila) si
è presentato davanti alla commissione esaminatrice. Evasione scolastica segno
di un disagio sociale che ormai va a minare l’educazione di base.
Secondo il Ministero dell’Istruzione, sono più di 220mila i bambini in età
scolare che hanno dovuto abbandonare le proprie case. Piccoli al seguito dei due
milioni di sfollati interni all’Iraq e dei due milioni di profughi riparati in
Siria e Giordania. Le Nazioni Unite stimano che su 300mila bambini iracheni in
età scolare presenti in Siria, appena 33mila siano iscritti a scuola. Non
diversa la situazione in Giordania, dove i minori iracheni che ricevono un’istruzione
sono circa 19mila, mentre altri 50mila ne sono esclusi. Dati certo problematici,
ma il bicchiere va considerato mezzo pieno per Roger Wright, il responsabile
dell’"Unicef"
per l’Iraq: «Ogni esame superato da un ragazzo è comunque un successo,
considerando i rischi inaccettabili che hanno dovuto correre per raggiungere le
sedi di esame». È lo sforzo di assicurare comunque un’istruzione,
indispensabile per «conquistare un futuro di pace». Una dura necessità a cui
il governo e l’agenzia umanitaria dell’Onu si stanno applicando con sforzo
crescente: procedure chiare per l’iscrizione a scuola degli alunni che si
uniscono a una classe quando l’anno è già iniziato, mentre alcuni insegnanti
seguono il flusso dei profughi andando a sostenere le scuole sovraffollate.
Inoltre il personale delle Nazioni Unite sta fornendo nozioni base per garantire
un’assistenza anche "psicosociale" ai sempre più numerosi bambini
con sintomi di ansia e "disadattamento".
Una vera battaglia per la normalità che ricade in gran parte sulle famiglie
irachene che stanno dando un contributo decisivo. Le più esposte in un Paese
sempre assillato dall’emergenza sicurezza sono le bambine. Soprattutto per
loro sono stati pensati anche percorsi di studio a distanza, mentre
"kit" scolastici sono stati distribuiti da Onu e organizzazioni non
governative a quasi cinque milioni di bambini, mentre la stessa Unicef ha
ricostruito circa 270 scuole. Ricostruzione faticosa e paziente mentre c’è
chi ad arte demolisce: non a caso lo scorso inverno per ben due volte autobomba
e "kamikaze" si sono lanciati contro l’Università "alMustansiriya",
la più antica della capitale.
Era divenuta un "covo" degli estremisti sciiti vicini a Moqtada al-Sadr. Una faida
"etnico-tribale" ma che non a caso ha devastato il luogo simbolo dell’istruzione.
Innumerevoli le vendette che hanno colpito negli ultimi mesi i professori
universitari, mentre nel novembre del 2006 un "manipolo" di uomini in
divisa della polizia ha fatto irruzione all’interno dell’edificio del
Ministero dell’Istruzione.
È seguito un misterioso rapimento dei funzionari, mentre le impiegate sono
state tenute per alcune ore in una stanza dopo essere state private dei telefoni
cellulari.
Un modo anche questo di "colpire al cuore" la trasmissione del sapere,
cioè paralizzare il pensiero di un popolo.
Intimidazioni per impedire la prima e fondamentale libertà: quella di pensiero,
il nemico di ogni terrorismo e di ogni regime totalitario. Perché anche in Iraq
quello che fa veramente paura, più ancora della violenza, è l’ignoranza.