DALL’IRAQ

Dopo l’appello del Papa si era sperato nel rilascio.
«Chiedono un riscatto di un milione di dollari».

PRECEDENTE    Mosul, paura per i due sacerdoti rapiti    SEGUENTE

I generali Usa: «Ormai si dichiari la sconfitta di "al-Qaeda"».
Il governo di Ankara dà il via libera ai "raid" in Kurdistan contro il "Pkk".
Domani il «sì» in Parlamento.

Luca Geronico
("Avvenire", 16/10/’07)

La notizia della liberazione di padre Pius Afas e di padre Mazen Ishoa aveva fatto sperare in un felice e rapido epilogo. Per alcune ore si è pensato che l’appello di Benedetto XVI per i due sacerdoti rapiti a Mosul avesse accelerato una felice soluzione.
Un paio d’ore di attesa, senza che la conferma ufficiale sciogliesse le riserve. Poi è toccato all’arcivescovo di Mosul, George Casmoussa – pure lui due anni fa prelevato vicino alla sua cattedrale e rimasto in mano per alcuni giorni ai rapitori – dare la smentita. «Per quanto mi risulta i due padri sono ancora nelle mani dei loro rapitori». L’ultimo contatto con i rapitori è stato domenica sera quando hanno telefonato chiedendo il pagamento di «un riscatto di un milione di dollari. Una cifra che non è nelle nostre possibilità». Poi ieri mattina, il contatto telefonico con i sequestratori si è perso, anche se si sperava ancora in «soluzioni rapide».
Sabato pomeriggio padre Pius Afas, 60 anni (apprezzato studioso e per anni direttore della rivista "Pensiero cristiano" in lingua araba) e padre Mazen Ishoa, 35 anni, ex ingegnere da poco ordinato, entrambi sacerdoti di rito siriaco, stavano andando a celebrare Messa nella parrocchia di Nostra Signora di Fatima, nel quartiere di al-Faisaliya, a Mosul quando sono stati prelevati da un manipolo di uomini subito scomparso nel nulla.
Si continua a trattare e la richiesta del riscatto, se autentica, farebbe privilegiare la pista della delinquenza comune piuttosto che del sequestro politico. Si cerca una soluzione in una terra sempre più insicura anche nelle terre del nord dove il cristianesimo iracheno si è radicato da secoli e ha potuto sviluppare una secolare convivenza pacifica con le altre comunità etnico religiose.
Minoranze sempre più insicure mentre sembra essere giunto il regolamento di conti finale con "al-Qaeda". Di questo almeno sono persuasi alcuni alti ufficiali del Pentagono che stanno premendo sulla Casa Bianca perché dichiari ufficialmente sconfitta al-Qaeda in
Iraq. Il comando americano in Iraq giudica ormai ridotto del 60-70% il potenziale dell’organizzazione terroristica dall’inizio del 2007 mentre nella provincia di al-Ambar una coalizione delle organizzazioni tribali sunnite ha iniziato a combattere direttamente al-Qaeda, riducendone la presenza ai minimi termini. Inoltre nella stessa Baghdad gli attentati con "autobomba" e "kamikaze" rivendicati da al-Qaeda sono passati da 60 a 30 al mese. Dati confortanti, ma su cui pesa lo spettro della portaerei "Abraham Lincoln": il primo maggio del 2003 George Bush dichiarò concluse le maggiori operazioni militari nel Paese. Naturale che questa seconda dichiarazione di vittoria richieda molta prudenza per non andare incontro alla seconda pesantissima smentita.
Mentre in Iraq si sparano ancora quelli che potrebbero essere gli ultimi colpi prima della resa degli uomini di Benladen – ieri sei sunniti impegnati nella lotta contro i terroristi sono stati uccisi nella zona di Kirkuk – sono i confini al nord del Kurdistan a scaldarsi. Il governo turco ha approvato all’unanimità e già trasmesso al Parlamento l’annunciata mozione con cui si chiede l’autorizzazione per i militari turchi di procedere a incursioni contro le basi del "Pkk" nel nord del Kurdistan. «Speriamo che non ci sia effettivo bisogno di utilizzare questa autorizzazione», ha dichiarato il "vice-premier" Cemil Cicek. Come noto gli Usa hanno espresso il loro veto e un "raid" inasprirebbe la crisi diplomatica apertasi dopo il riconoscimento da parte del "Congresso americano" del genocidio armeno. Anche Baghdad ha chiesto ad Ankara di perseguire «una via diplomatica e non militare», ma domani inizierà la discussione in Parlamento per arrivare al voto entro fine settimana. Dopo di che i generali di Ankara avranno "carta bianca".