DA BAGHDAD

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L’arcivescovo latino di Baghdad Sleiman:
«Finché non ci sarà una volontà politica comune, non usciremo dall’anarchia.
E anche l’informazione non se ne cura».

Luci di preghiera a Mosul, ricordando Mons Rahho...

Luca Geronico
("Avvenire", 14/3/’08)

Esita a lungo monsignor Jean Benjamin Sleiman, l’arcivescovo di "rito latino" di Baghdad. Difficile anche per il 62enne Carmelitano libanese, dal 2001 in Iraq, trovare le parole per commentare la morte dell’arcivescovo caldeo di Mosul.

Oltre il dolore e lo "scoramento", quali riflessioni dopo l’omicidio?

Mi sembra che quest’ultimo caso di violenza sia un "miscuglio" di criminalità "mafiosa", di "fondamentalismo", ma anche forse di politica: la decisione, temo, di "far fuori" i cristiani. E questo nel Medio Oriente da decenni non è più un’eccezione. In una maniera o l’altra c’è sempre qualche nascosta "mira" che va in questa direzione. E questo, se fosse vero per l’Iraq, sarebbe grave non solo per i cristiani ma per le società mediorientali. Società che non sono più capaci di accettare quelli che sono i principi primi della convivenza. Un problema che va al di là della comunità cristiana stessa: si ricordi, ad esempio, la "rappresaglia" contro la minoranza degli "yazidi", di una "barbarie" rara. Gli episodi si susseguono, le notizie circolano, ma non ho visto prendere misure serie, concrete.

Benedetto XVI non si stanca di ripetere gli "appelli" alla comunità internazionale. Voi che resistete ancora in Iraq, avete visto qualche segnale, c’è qualche "mano tesa"?

No, nessuno. Forse sono "ignorante", ma non vedo niente. Anche l’informazione non se ne cura molto. Si ricorda il caso delle "due Simone": anche chi avesse voluto non poteva fare a meno di essere informato sulla loro sorte. Per un arcivescovo quello che è stato fatto al confronto è niente, cominciando dal Presidente Bush: cosa ha fatto, cosa ha detto per Faraj Rahho?

E per chi è ancora a Mosul, cosa accadrà ora?

Non so chi avrà ancora il coraggio di rimanere. L’allontanamento dei cristiani da Mosul è iniziato quasi subito dopo la caduta del "regime".

La «trappola irachena», come lei la definisce. Una "morsa" che si sta stringendo. Non c’è proprio modo di fermarla?

Ripeto, il sospetto è che ci sia anche una politica, una maniera molto "mediata" di agire, magari anche attraverso gruppi "fondamentalisti" e radicali. Purtroppo non mancano gli strumenti per chi volesse attuare questo progetto. Per l’Iraq stesso ci vuole sempre più un’attenzione internazionale: ma quando sembra esserci un certo "consenso" su una decisione c’è qualcuno che la ferma. Finché non ci sarà una volontà comune non penso che l’Iraq uscirà dalla sua "anarchia", dalla sua incapacità a "riconciliarsi".

Un tragico confronto con i limiti, le "colpe" della politica. Questo vale solo per voi cristiani?

Non vedo nella volontà politica ancora qualcosa di positivo. L’Iraq non riesce a "riconciliarsi", ma la trappola è per tutti: anche i protagonisti più importanti sono "intrappolati" nelle loro contraddizioni, nelle loro divisioni in ogni campo, nell’incapacità di trovare una soluzione. Io sono un "profano" in politica, ma non ci si può accontentare del fatto che oggi va meglio di ieri perché c’è stata una sola esplosione invece di tre. Non è un problema "quantitativo", ma di fondo. E sul fondo non vedo soluzioni, delle proposte nuove, un progetto per questo Paese. Mi sarei augurato molto che i cristiani potessero offrire a questo Paese un "sogno" di avvenire. Potevano farlo, ma anche loro sono stati "intrappolati" nella loro paura e nelle loro culture tradizionali. Come uscire da questo "marasma" se non pensando in un modo più "largo", se non pensando ai diritti dell’uomo?
Come pensare a una riconciliazione se il "federalismo" previsto nella nuova "Costituzione" è una specie di "spartizione" del Paese? Ad esempio il governo centrale non ha fatto accordi per il petrolio, mentre alcuni governi regionali li hanno fatti e non vogliono che il governo si intrometta. Forse mi sto spingendo un po’ troppo oltre: ma c’è un pensiero cristiano anche sulla politica, sulla maniera di vedere l’altro, valori condivisi anche con molti "laici" nel mondo. Ma tutto questo qui a Baghdad ora non è nemmeno "ipotizzabile". Ognuno forma il suo gruppo "confessionale" ed etnico, vi si chiude dentro. E mancando "ossigeno" a questa società, la "corruzione" è dilagante.

Quindi è a rischio l’identità stessa della nazione irachena?

Ma certo, noi parliamo dei cristiani. Ma "diagnosticando" il problema cristiano scopriamo che il male è più profondo e generale. Non si può risolvere il problema mandando un po’ di truppe in più o in meno, o facendo "compromessi" falsi e ipocriti tra questa milizia e quell’altra. Un problema umano, di valori, neanche di religione. Anzi, la religione stessa è strumentalizzata, subisce "negativamente" tutto questo.