CHIESA ITALIANA
Missione «ad gentes»
in casa nostra
![]()
La Chiesa italiana si dice missionaria. Ma fatica a esserlo concretamente.
P.
Piero Gheddo*
("Mondo e
Missione", Novembre 2007)
Nel maggio scorso ho partecipato
all’"Assemblea generale" della "Conferenza episcopale
italiana" a Roma, invitato come esperto della missione "ad gentes".
Erano presenti circa 280 vescovi, per discutere su «La Chiesa in missione:
"ad gentes" e qui tra noi», tema stabilito al "Convegno
ecclesiale di Verona"
nell’ottobre 2006: «I vescovi intendono sviluppare un’ampia riflessione
sulla caduta nelle Chiese particolari in Italia dell’appello a una rinnovata
missionarietà, più volte formulato da Giovanni
Paolo II e da Benedetto
XVI».
Nella "nota
pastorale Cei dopo Verona"
(giugno 2007) si legge: «Desideriamo che l’attività missionaria italiana si
caratterizzi sempre più come comunione-scambio tra Chiese, attraverso la quale,
mentre offriamo la ricchezza di una tradizione millenaria di vita cristiana,
riceviamo l’entusiasmo con cui la fede è vissuta in altri continenti. Non
solo quelle Chiese hanno bisogno della nostra cooperazione, ma noi abbiamo
bisogno di loro per crescere nell’universalità e nella cattolicità…
Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione. Chiediamo pertanto ai
"Centri missionari diocesani" di far sì che la missionarietà pervada
tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana».
Il grande interrogativo al quale dall’inizio degli anni Settanta la Chiesa
italiana tenta di dare una risposta è: come rendere missionaria la Chiesa
italiana? Ebbene, da quei cinque giorni passati con i vescovi italiani ho tratto
alcune conclusioni personali. Eccole, brevemente.
In primo luogo mi ha edificato e consolato il clima di cordialità e
condivisione in assemblea, nei gruppi di studio e durante i tempi liberi.
Ascoltando molti vescovi che parlavano delle loro diocesi in modo accorato e
quasi chiedendo un aiuto concreto, ho toccato con mano, se così si può dire,
situazioni difficili nell’evangelizzazione che già conosco, ma di cui si
avverte la drammaticità quanto più si scende nel concreto. Un vescovo dice:
«Nella mia diocesi circa la metà dei preti che sono nella pastorale vengono da
altre parti d’Italia o dall’estero». Un altro: «Se non avessi trovato un
po’ di preti polacchi, africani, indiani, latino-americani, non saprei come
fare, perché da circa vent’anni non abbiamo ordinazioni di sacerdoti
diocesane; fino a qualche anno fa cinque parrocchie della diocesi erano affidate
a congregazioni religiose, tre delle quali hanno dovuto ritirarsi per mancanza
di vocazioni».
Tutti credono che lo Spirito Santo guida la storia e la promessa di Gesù -
«Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine dei secoli» - rimane sempre
valida. In tutti questi discorsi, la speranza non manca mai. La Chiesa certo non
crolla, ma può crollare la Chiesa che è in Italia, magari sostituita da altre
più giovani e più entusiaste nella fede.
«Abbiamo molto da imparare alla scuola della missione», dice la nota della
"Cei" del giugno 2007. Ma nei giorni trascorsi con i vescovi italiani,
ho sentito parlare pochissimo della missione «alle genti»: le affermazioni di
principio trovano difficoltà a scendere nel concreto dell’azione pastorale.
Si dice, ad esempio, che dalle giovani Chiese «riceviamo l’entusiasmo con cui
la fede è vissuta in altri continenti»; ma non ci si chiede perché c’è
questo entusiasmo. Gli esempi sono tanti: la semplicità e concretezza della
predicazione sempre riferita alla vita, l’integrazione dei movimenti in
diocesi e parrocchie, la formazione missionaria (andare ai lontani) del
cristiano, gli spazi d’azione di preti e laici abbastanza ben distinti, un
forte senso di appartenenza alla Chiesa che sostiene un impegno «militante»…
Purtroppo, di queste realtà delle missioni anche la stampa e l’animazione
missionaria parlano sempre meno in modo esplicito, per la confusione sul termine
stesso di «missione» e «missionarietà». È inefficace, non produttivo,
parlare tanto di missionarietà della Chiesa italiana, se non si specifica che
la missione ecclesiale è portare gli uomini e le donne a Cristo, non tanto fare
azione sociale, politica o culturale. Per cui, quando i vescovi chiedono «ai
"Centri missionari diocesani" di far sì che la missionarietà pervada
tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana», dovrebbero anche
spiegare chiaramente che questo vuol dire soprattutto il primo annuncio di
Cristo ai non cristiani e ai non credenti.
* Giornalista e
scrittore
( www.gheddopiero.it
)