Qui manca il
concetto cristiano di perdono gratuito.
E l’individuo non diventa mai persona.
P. Piero
Gheddo*
("Mondo e
Missione", Febbraio 2008)
Incontro a Roma il confratello Padre
Mario Bianchin, in Giappone
dal 1972. Ha fatto la sua vacanza a Treviso e riparte per la missione. Gli
chiedo le sue impressioni e mi risponde: «Parlando con la gente comune del
popolo, in Italia e in Giappone, si capisce subito la differenza. Qui siete un
Paese di mentalità e di cultura cristiana: in Giappone hanno la loro nobile
cultura e religione, ma ragionano partendo da basi del tutto diverse. Il
Giappone non ha ancora ricevuto la "Rivelazione di Dio". Quello
giapponese è un popolo lavoratore, ordinato, intelligente, rispetta le leggi;
lo ammiro e gli voglio bene. Ma l’abisso "culturale-religioso", e
naturalmente anche linguistico, fra noi italiani e loro è inimmaginabile.
Questa è la difficoltà maggiore di convertirsi al cristianesimo».
Padre Mario racconta la mancanza del perdono gratuito. Anche in Giappone hanno
la parola equivalente a «perdono», ma significa «pagare il prezzo». Cioè,
chi sbaglia, paga. Il concetto espresso da Gesù «perdonate e vi sarà
perdonato» lo intendiamo in modo diverso, direi opposto. Il concetto e la
parola «persona» non esistono in Giappone. C’è il vocabolo «individuo»:
uno, 50, 100 individui, non singole persone pensanti, diverse l’una dall’altra
e tutte portatrici di eguali diritti e di doveri. Gli individui sono numeri di
un gruppo. Così è difficile far capire il valore assoluto della singola
persona umana, della donna come dell’uomo, del sano come del disabile, del
ricco come del povero, del laureato come dell’analfabeta, ecc.
In Giappone manca il concetto di Dio che è persona, che ha creato il mondo e l’uomo,
si è fatto uomo per salvarci con la croce: un Dio buono e misericordioso che
vuol bene a ciascuno di noi più di quanto noi vogliamo bene a noi stessi
perché siamo suoi figli. I giapponesi credono in Dio creatore, ma è una figura
misteriosa, "nebulosa", "inconoscibile": non si sa cosa
pensa e cosa vuole. Per cui, ad esempio, il concetto di "Provvidenza"
non è capito. Loro pensano al "fato", alla fortuna e sfortuna, al
"malocchio" o allo spirito che ti vuole bene o male.
Non esiste il concetto di «religione», ma quello di «cultura nazionale» che
comprende tutto: lingua, storia, tradizione, famiglia, costumi, modo di
rivolgersi agli dei e ai "kami", gli spiriti che aleggiano nel mondo e
possono essere benefici o malefici. Di qui l’abitudine degli inchini e di
offrire nei templi incenso, candele, doni in natura per tenersi buoni gli
spiriti, gli antenati. La nostra preghiera cristiana non è capita. ‘Una volta
spiegavo a un gruppo di catecumeni che dobbiamo pregare dicendo: «Signore, sia
fatta la tua volontà»; loro dicevano: «No, Dio deve fare la mia volontà,
altrimenti come fa a essere mio padre e a volermi bene?».
Quando diciamo che dobbiamo amare Dio, non siamo capiti o pensano che diciamo
una stupidaggine. Non esiste il concetto di amore gratuito,
"soprannaturale". La parola «amore» indica «amore sessuale» o i
suoi derivati, l’amore ai propri figli, ai parenti. «Amare Dio» è una
bestemmia. Allora si comprende anche perché è così difficile per i giapponesi
capire il valore della donna, creata da Dio simile all’uomo, degna di ogni
rispetto e onore. Nella tradizione giapponese la donna è a servizio dell’uomo,
per l’amore sessuale che sa dare e i figli che possono venire (una ricchezza
per la famiglia)’.
Due riflessioni: come scriveva Giovanni
Paolo II nella "Redemptoris
missio", «la missione alle genti è appena agli inizi». Possibile? Il
tempo della «missione alle genti», come a volte si dice, non è passato
affatto: siamo solo agli inizi! Per annunziare Cristo a tutto il mondo, fondarvi
la Chiesa, lavorare e pregare affinché si creino delle «culture» cristiane
locali, frutto di "inculturazione" e di tradizione, ci vorranno ancora
secoli o millenni!
In secondo luogo, perché portare la fede a popoli lontani, quando la stiamo
perdendo in casa nostra? Se gli Apostoli avessero fatto questo ragionamento a
Gerusalemme, il cristianesimo forse sarebbe ancora una piccola "setta"
nata in Palestina e diffusa fra gli ebrei della "diaspora". Andiamo ai
non cristiani perché siamo convinti che tutti i popoli e tutte le culture hanno
bisogno di Cristo. Ai popoli «pagani», come ai musulmani e ai nostri atei e
"laicisti" italiani, non manca lo spirito religioso: manca Gesù.
* Giornalista e
scrittore
( www.gheddopiero.it
)