Troppi
"disertori" nella lotta contro la fame
Troppi
"disertori" nella lotta contro la fame
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P.
Piero Gheddo
("Avvenire", 2/7/’08)
Il forte richiamo del Papa a
combattere la povertà per costruire la pace – contenuto nella presentazione
della quarantaduesima "Giornata mondiale" – è quanto mai opportuno
in questo momento di crisi. Il mondo è diventato così complesso e le emergenze
"politico-economiche" hanno urgenze così travolgenti, che è molto
forte il rischio di dimenticare il fatto fondamentale che mantiene l’umanità
in uno stato di incertezza fra guerra e pace: grandi "masse umane"
vivono ancora in condizioni disumane di vita.
Il "Premio Nobel" per l’economia Amartya Sen scriveva qualche anno
fa: «La politica a livello mondiale non riesce più a dominare la rapida
successione delle novità in campo "tecnico-scientifico" e "finanziario-economico"».
Ecco perché Benedetto
XVI richiama con
forza il dovere di «combattere la povertà». L’obiettivo proposto dalla "Fao"
di ridurre gradualmente la percentuale delle popolazioni che ancora soffrono la
fame, si sposta sempre più in avanti nel tempo. Ma peggio ancora, dopo quarant’anni
di aiuti, si manifesta nei popoli ricchi una sorta di "saturazione"
nel sentir ancora parlare della necessità di impegnarsi per vincere quest’unica
«guerra giusta», quella contro la povertà.
Quando nel 1960 la "Fao" lanciò la prima «Campagna mondiale contro
la fame nel mondo» e Giovanni
XXIII la sostenne con
"appelli" di richiamo "mediatico" mondiale, la
"scoperta" sconvolgente che esistevano innumerevoli "masse
umane" ancora prive di cibo, acqua, scuola, assistenza sanitaria, commosse
e mobilitò il popolo italiano. Giornali, radio e televisioni facevano a gara
nell’intervistare i reduci dal "Terzo Mondo", fiorivano iniziative
di aiuto. Nell’aprile 1964 nasceva a Milano "Mani
Tese" e in pochi
mesi sorgevano in Italia circa 300 gruppi con questo nome, che promuovevano
conferenze, mostre, "micro-realizzazioni", opuscoli per la
"campagna" contro la fame. Gli anni Sessanta e Settanta sono stati di
intensa partecipazione, poi è venuto il riflusso. Dagli aiuti economici non
nasceva spontaneamente lo sviluppo e nemmeno la "rivoluzione
socialista" e le "guerriglie di liberazione" portavano frutti
positivi. Negli anni Ottanta si è incominciato a capire quanto diceva Paolo
VI nella "Populorum
Progressio":
«Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere
autentico sviluppo, deve essere integrale, cioè volto alla promozione di ogni
uomo e di tutto l’uomo». E Giovanni
Paolo II nella "Redemptoris
Missio": «Lo
sviluppo di un popolo non deriva primariamente né dal denaro, né dagli aiuti
materiali, né dalle strutture tecniche, bensì dalla formazione delle
coscienze, dalla maturazione delle mentalità e dei costumi. È l’uomo il
protagonista dello sviluppo, non il denaro o la tecnica».
Dopo cinquant’anni che visito le missioni nel "Sud del mondo", mi
convinco sempre più che – prima degli aiuti materiali (ci vogliono, ma non
bastano) – lo sviluppo viene dall’educazione dell’uomo e dall’annunzio
del Vangelo che cambia i cuori, le mentalità, le culture. Ma è più facile
mandare soldi e macchine che donare la vita, come i missionari e i volontari,
per fare un cammino di crescita assieme ai fratelli e alle sorelle dei popoli
poveri. Se vogliamo veramente aiutarli, bisogna ancora far risuonare l’"appello"
di Gesù a donare la vita per la salvezza degli ultimi. Sarebbe anche un segno
di conversione per il nostro popolo "super-sviluppato", che sta
perdendo il senso dell’esistenza e si trova scontento pur avendo tutto.