RITAGLI   IL VANGELO ALLE FRONTIERE ESTREME   DIARIO

di P. Piero Gheddo

Alcuni ricordi di viaggi in "terre estreme". Nell’estate 1980 in Oceania, invitato dal Nunzio apostolico della Papua Nuova Guinea, mons. Andrea Cordero di Montezemolo (zio del noto Luca), a visitare il paese per riportare il Pime alle sue origini: infatti, la prima missione affidata all’Istituto nell’Ottocento era in Melanesia (il Pime vi è poi tornato nel 1981). In un viaggio avventuroso ho visitato (con padre Giancarlo Politi e due missionari australiani) l’isola di Woodlark, dove nel settembre 1855 venne martirizzato il beato Giovanni Mazzucconi, ancor oggi lontana dalle rotte commerciali e turistichee. Affittando un piccolo aereo di un’agenzia australiana, il contratto era questo: da Alotau andiamo su Woodlark e facciamo alcuni voli esplorativi a pochi metri da terra: dobbiamo atterrare su una striscia di terreno preparata dai militari americani nel 1943, dalla quale partivano per bombardare i giapponesi a Guadalcanal (Isole Salomone) ed a Rabaul (Nuova Britannia). Se a giudizio del pilota è possibile, bene, altrimenti l’aereo torna indietro e il viaggio è compiuto.

 Saltellando, ci siamo posati su un campetto da pallone, subito circondati da molti bambini e adulti che non avevano mai visto uomini bianchi: il ricordo degli americani di trenta e più anni prima era ormai svanito! Tutti volevano toccarci, soprattutto i bambini avevano sguardi eccitati, elettrizzati (come risulta dalle foto), mentre allungavano le mani per toccarci il volto, le braccia. Nel ritorno verso sera ad Alotau. il piccolo Cessna a sei posti non aveva la radio né radar né collegamenti di altro tipo con la terra: proseguiva solo con l’altimetro, la bussola e guardando il terreno e la mappa geografica particolareggiata dell’Istituto militare geografico australiano. Ma a metà viaggio (due ore circa) siamo capitati in mezzo a un temporale con nuvole molto basse. Non si vedeva quasi nulla e la costa orientale della Papua Nuova Guinea è montagnosa: il rischio di andare fuori strada o di sbattere contro una montagna era grosso! Con molto fervore abbiamo pregato Giovanni Mazzucconi (beatificato il 19 febbraio 1984 da Giovanni Paolo II)!

Siamo stati accolti bene, ma ci sentivamo tra uomini di un altro mondo, un’altra epoca storica! A Woodlark il governo della Papua Nuova Guinea ha un piccolo presidio militare, ma la vita dei locali continua secondo le loro tradizioni (questo nel 1980), anche se già nell’isola c’era una scuoletta, un emporio commerciale e un magazzino di raccolta per esportare i prodotti locali. Giornata intensa la nostra (1° agosto 1980): visita al luogo della prima missione del Pime e del martirio, Messa celebrata in una casa di legno con la gente che si accalca a curiosare tra porta e finestre, timidi tentativi di intenderci in inglese, camminata verso l’interno attraverso vari villaggi, su sentieri in una densa foresta equatoriale: la nostra guida, con un bastone acuminato in mano, continuava a dirci di guardare dove mettevamo i piedi, per non pestare qualche serpentello velenoso… Il momento più commovente è stata la S. Messa (avevamo portato tutto l’occorrente): uscendo all’aperto ho fatto un gesto per richiamare l’attenzione e dato che ero circondato da 30-40 uomini e donne, oltre a molti bambini, ho tentato di spiegare in inglese il motivo della nostra visita sull’isola, ma nessuno capiva. Allora sono passato all’italiano, più musicale ed a me più congeniale. Stavano attenti, non ridevano, mi sembravano pensierosi. Volete che lo Spirito Santo non abbia tradotto le mie povere parole in "dobu", la lingua locale?

L’anno venturo si celebra il 150° anniversario del martirio del beato Mazzucconi: oggi a Woodlark c’è una cappella, ci sono scuole, strade, comunità cattoliche e protestanti. Un missionario del Pime, 150 anni dopo, risiederà stabilmente nell’isola. Il vescovo di Alotau, mons. Francesco Pacifico, mi ha invitato: spero che il Signore mi conceda di ritornare sul posto 25 anni dopo la prima visita!

Quanti altri ricordi di viaggi in "terre estreme" potrei raccontare: ad esempio, tra i "montagnards" (1967-1973), tribali cristiani che vivono nelle regioni montuose fra Vietnam e Cambogia-Laos, vittime di un genocidio di cui nessuno parla: da circa tre milioni che erano negli anni sessanta oggi pare siano rimasti meno di mezzo milione e le loro terre occupate da vietnamiti! Una visita agli indios Curipì, lungo il Rio Cumarumà nell’Amazzonia brasiliana (stato federale di Amapà) nel 1966, con un viaggio in barca contro-corrente di cinque giorni. Nel 1975 ho attraversato l’Angola in guerra civile da Luanda a Huambo, con un missionario Cappuccino padovano; ricordo i cassoni dei camions che ogni mattino scaricavano nell’incineritore dell’ospedale cattolico a Luanda le vittime della notte raccolte per le strade! Nel 1981 ho viaggiato in Uganda con un Comboniano spagnolo (ucciso mesi dopo in uno di questi viaggi!), da Kampala e Moyo e Metu nel West Nile, con tre camions per portare aiuti alle due missioni che ospitavano migliaia di locali contribali di Amin, mentre all’esterno i guerriglieri di Obote facevano fuori tutti quelli che uscivano dai recinti delle missioni! Nel febbraio 2004, un prete locale della diocesi di Kuching mi ha accompagnato nelle foreste del Borneo malese per visitare i villaggi dei "dayak" (i "tagliatori di teste") che stanno convertendosi a Cristo; poi ho visto le isole di Labuan e di Mompracem (patria di Sandokan!), dove una stele in italiano e in inglese ricorda Emilio Salgari e le sue fantastiche avventure. Nel novembre 1994 ho attraversato il Ruanda (da Bujumbura a Bukavu), al tempo del genocidio che stava realizzandosi in quel paese: con un missionario Saveriano, uomo coraggioso e temerario: il buon Dio ci ha aiutati! Abbiamo visto fosse comuni, chiese bruciate con dentro ancora i cadaveri dei fedeli (l’odore dei corpi bruciati!), bande di guerriglieri e di briganti che fermavano minacciosi ad ogni svolta di strada; e poi file interminabili di profughi che scappavano verso il Congo (e qui i "campi" con decine di migliaia di povera gente che aveva perso tutto). A Ciangugu, il vescovo "tutsi" ci diceva: "Sono prigioniero in casa mia: ho con me cinque suore polacche, fin che ci sono loro sono al sicuro. Se dovessero essere obbligate a partire, la mia vita non varrebbe nulla". In quell’anno di follia, vennero uccisi quattro dei nove vescovi cattolici del Ruanda e una novantina di preti locali su meno di 200, per non parlare delle più di cento suore e un numero incredibile di catechisti e di cristiani che si erano adoperati per fermare quello spaventoso massacro!

Ho visto tante volte la morte da vicino e maturato una grandissima ammirazione per i missionari, le suore e i volontari italiani, trovati nei paesi e nei posti più imprevisti: Swaziland, Namibia, Cuba, Honduras, Birmania, Siria, Cambogia, Turchia, Sudan, Ciad, Burkina Faso, ecc. Nel 1978 in Somalia ho visitato Annalena Tonelli a Merca. Il vescovo francescano di Mogadiscio, Guglielmo Colombo (poi ucciso), che mi accompagnava, uscendo da lei diceva: "Questa volontaria vale tre missionari!"…. e intendeva dire: come testimonianza cristiana, della carità di Cristo.