"Giornata del Ringraziamento": il Messaggio "Cei" agli agricoltori

RITAGLI     Una scossa per tutti,     DOCUMENTI
nel segno del "bene comune"

Antonio Giorgi
("Avvenire", 26/7/’08)

Il Messaggio per la "Giornata del Ringraziamento" diffuso ieri dalla "Commissione per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace" della "Conferenza episcopale italiana" assume una valenza che è riduttivo circoscrivere alla "platea" dei diretti destinatari, la componente "rurale" della società, il mondo agricolo che deve nutrire poco meno di 60 milioni di italiani garantendo la tutela dell’ambiente e la sopravvivenza di quella "cultura contadina" che è una ricchezza per tutti.
«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare»: il prossimo 9 novembre gli agricoltori che eleveranno la preghiera di gratitudine a Dio per i frutti dalla terra lavorata con fatica saranno invitati a riflettere sui drammi e le contraddizioni di questo tempo, la "carestia" che affligge cronicamente molti Paesi "sottosviluppati" e che ancora uccide, le difficoltà che perfino nelle aree più prospere del pianeta la gente comune incontra a riempire la dispensa in epoca di crescita incontrollata dei prezzi delle "derrate", le "aberrazioni" (che altro termine usare?) alle quali si abbandona un sistema economico che preferisce destinare quantitativi sempre più ingenti di cereali alla produzione di "bio-carburanti" anziché all’alimentazione umana.
È un Messaggio di forte attualità e di incontestabile concretezza questo della "Cei". Riguarda ognuno di noi: gli agricoltori invitati a operare con impegno perché quel bene primario che è il pane non manchi a nessuno, i "non agricoltori" perché prendano coscienza delle intollerabili situazioni di ingiustizia sanabili solo attraverso gli strumenti della solidarietà e della condivisione. In un mondo "globalizzato" che rischia di perdersi nella spirale di una "crisi alimentare" anch’essa globale emerge poi l’esigenza di ridefinire alcuni parametri di una economia troppo orientata al "terziario", alla finanza, alla produzione di beni "immateriali" che non possono sostituire il cibo che attendono le migliaia di persone che muoiono di fame.
L’agricoltura, non a caso definita "settore primario" dagli economisti classici, ha bisogno di ricollocarsi in posizione di centralità. «L’agricoltura deve essere considerata una componente essenziale del "bene comune"», ammonisce il Documento della "Conferenza episcopale italiana".
I modi per tale recupero di funzione - che equivale ad una restituzione di dignità ad un comparto penalizzato negli ultimi decenni - non richiedono "acrobazie" legislative o normative, faticosi accordi internazionali o infinite dispute in sede
"Fao" o "Wto". Sorprende semmai che debba essere un Documento dei vescovi a indicare ai responsabili della "cosa pubblica" un "pacchetto" di iniziative che, se attuate, restituirebbero ai popoli la piena "sovranità" alimentare e con essa garantirebbero il pane quotidiano per tutti. In primo luogo, lo sviluppo della cosiddetta "piccola agricoltura" ("derrate" tipiche di ogni zona, specialità di "nicchia", specie vegetali o animali in via di estinzione) che rappresenta l’"antidoto" alla "globalizzazione" selvaggia delle produzioni e dei mercati, l’equivalente dell’appiattimento e della banalizzazione di gusti e sapori. E poi la promozione della "rete" dei mercati locali e regionali, dai quali anche il portafoglio del consumatore ha tutto da guadagnare. E ancora, il contrasto delle politiche "monopolistiche" della grande industria "agro-alimentare" che agisce su scala "planetaria" con danni incalcolabili proprio per i piccoli coltivatori. Ultimo passaggio, la tutela del benessere della famiglia "rurale" e in particolare delle donne.
Una "strategia" elementare, semplice nella sua concretezza. Auspici che diventa urgente tradurre nei fatti prima che i processi di "mondializzazione" - nel bene e nel male - dell’economia conducano alla "mondializzazione" di una "crisi alimentare" senza precedenti che non risparmierebbe né l’Europa né il nostro Paese.