MISSIONE SPERANZA

UN ANNO DOPO

Tre testimonianze raccolte in un saggio oggi in uscita ricordano come Giovanni Paolo II seppe trasformare la sua umana debolezza in una contagiosa energia,
esempio di dono totale di sé e «visita di Dio» capace di generare amore verso il prossimo.

RITAGLI  Wojtyla, la forza del dolore  DIARIO

Il medico personale Buzzonetti: «Infine il volto si impietrì nella sofferenza.
Ma lo sguardo era già rivolto lontano».

Grazie, Papa Wojtyla, per l'amore che ci hai donato!

Pierangelo Giovanetti
("Avvenire", 15/3/’06)

Era la mattina di Pasqua dell'anno scorso, quando Giovanni Paolo II si affacciò per l'ultima volta alla finestra del suo studio per la benedizione alla città di Roma e al mondo intero. Era visibilmente provato. Il volto impietrito dal dolore. I movimenti lenti. Lo sguardo segnato.
Cercò di parlare. Voleva annunciare la resurrezione. Ma non ci riuscì. Dalla sua bocca non uscì parola. Il silenzio di Pietro, impotente, piegato dalla malattia e dalla sofferenza, impressionò il mondo. La forza della sua debolezza sconvolse e intenerì i cuori. «Sarebbe meglio che muoia, se non posso compiere la missione affidatami», disse ai suoi collaboratori. E nemmeno una settimana dopo, nel pomeriggio del sabato successivo, avvolto dalla febbre alta che ormai aveva minato il suo fisico, pronunciava le sue ultime parole: «Lasciatemi andare alla casa del Padre».
Un anno fa, il 2 aprile 2005, moriva Giovanni Paolo II. Un grande uomo, un grande Papa, un grande protagonista della Chiesa e della storia. Ma soprattutto una persona a cui nella sua vita non fu risparmiato il soffrire. Da giovane perse i genitori, il fratello tanto caro, gli affetti più vicini. Patì le sofferenze della guerra, del totalitarismo, delle persecuzioni, prima nazista e poi comunista. Uomo dei dolori, fin dall'inizio del suo Pontificato fu segnato dalla violenza delle pallottole, dal sangue dell'attentato, dalla malattia, dal morbo di Parkinson, dai ricoveri al Gemelli. Fino alla fine, fino all'ultima sua apparizione in pubblico, a quella voce troncata, all'impotenza di fronte al mondo. Il Papa della sofferenza che ha fatto della sofferenza la via privilegiata per incontrare Dio. Colui che ai sofferenti ha sempre guardato per primi, perché sapeva cosa voleva dire soffrire.
Ad un anno esatto dalla morte, esce per le edizioni San Paolo una raccolta inedita di testimonianze della sofferenza di Giovanni Paolo II, ripercorsa attraverso i ricordi del suo segretario monsignor Stanislao Dziwisz e di Czeslaw Drazek (incaricato dell'edizione polacca dell'Osservatore Romano), del suo medico personale Renato Buzzonetti, e di monsignor Angelo Comastri, vicario generale del Santo Padre per la Città del Vaticano. Lasciatemi andare. La forza nella debolezza di Giovanni Paolo II (pagine 120, euro 9,00), questo il titolo del libro da oggi disponibile in libreria. Un racconto toccante degli ultimi giorni del Grande Papa polacco, ma anche dei momenti tragici dell'attentato, dei ricoveri in ospedale, dell'annuncio del tumore all'intestino, delle cadute, del Parkinson. E soprattutto il racconto della predilizione per i sofferenti e i malati che Giovanni Paolo II dimostrò lungo tutta la sua vita.
«Alle persone oppresse dalla sofferenza fisica o spirituale dedicò fin da subito una particolare attenzione», confida il segretario don Stanislao ricordando i suoi primi anni come prete e poi come vescovo. «Nelle visite che si recava a compiere presso le parrocchie s'incontrava sempre con persone sole e malate». E anche da Papa, da subito dimostrò grande preoccupazione per i sofferenti. Nel suo primo messaggio Urbi et Orbi, si rivolse ai malati, chiedendo di pregare per lui. E lo stesso giorno li visitò al policlinico Gemelli ricordando loro che, nonostante fossero deboli e malati, «erano molto potenti, così come è potente Gesù Cristo crocifisso». «Attraverso gli incontri con i malati Giovanni Paolo II si univa ad ogni uomo che soffre sulla terra, a tutti coloro che sono deboli, indifesi, che hanno fame... Voleva trasmettere loro anche il proprio amore ed esprimere la gratitudine della Chiesa, che vede in essi la parte scelta del popolo di Dio», ricorda monsignor Dziwisz. «Per il Papa la sofferenza non appare come avvenimento puramente negativo, ma viene vista come una "visita di Dio", data "per far nascere opere di amore verso il prossimo"», aggiunge l'amico segretario.
Anche i ricordi del medico personale, Renato Buzzonetti, testimoniano questa grande forza nell'affrontare la sofferenza. «Durante il viaggio dopo l'attentato la veste del santo Padre viene sollevata, si osservano i pantaloni impregnati di sangue, si nota la frattura delle falangi del secondo dito della mano sinistra e la ferita di striscio del gomito destro... Quando il giorno dopo il Papa riacquista coscienza, tra le prime parole dice: «Dolore... sete», e poi: «Come a Bachelet», il vicepresidente del Csm ed ex presidente dell'Azione cattolica italiana ucciso dalle Brigate Rosse. Lo stesso ricordo tornerà più volte sulle sue labbra nei giorni successivi».
Gli ultimi anni, mesi e settimane di Giovanni Paolo II sono stati visibilmente segnati dal dolore, dall'impossibilità di camminare, dalla difficoltà di parlare, dalla croce. «I viaggi del 2004 furono particolarmente faticosi per il Papa», ricorda ancora il suo medico personale. «Giovanni Paolo II era ormai costretto su una poltrona a rotelle, condizionato da una voce flebile e stentata, con il volto impietrito da una rigida maschera di sofferenza e con lo sguardo che era già rivolto lontano».
Proprio la croce è diventata così il magistero della sofferenza che Papa Wojtyla ha testimoniato di fronte al mondo. «La risposta che si è avuta dappertutto alla morte del Papa è stata una manifestazione sconvolgente di riconoscenza per il fatto che si è offerto totalmente a Dio per il mondo», rileva monsignor Dziwisz. «Un ringraziamento per il fatto che, in un mondo di odio e di violenza, ci ha insegnato nuovamente ad amare e a soffrire a servizio degli altri».