Il Papa raccontato dal fratello Georg

RITAGLI   «Credevo di perderlo.   DOCUMENTI
Ora invece vi dico: è sempre Joseph»

L'abbraccio di Papa Benedetto per tutto il mondo!

Pierangelo Giovanetti
("Avvenire", 19/4/’06)

Nemmeno l’elezione al soglio di Pietro li ha separati. Intimamente uniti per tutta la vita, legati da un rapporto di comunanza fraterno così intenso e particolare, dopo un anno di pontificato per Georg Ratzinger il legame d’affetto col fratello Joseph è rimasto lo stesso di sempre. «Nei giorni che ho passato con lui a Roma, siamo stati molto insieme. Abbiamo parlato, abbiamo ricordato i nostri comuni amici, la Baviera che entrambi tanto amiamo. Abbiamo pregato, noi due da soli. E siccome ormai io non ci vedo quasi più, è lui a leggermi i brani delle Scritture e io rispondo alle invocazioni. Seduti nei banchi uno vicino all’altro, proprio come due fratelli. Un anno fa pensavo di aver perso un fratello. Ora posso dire che nell’intensità dell’affetto che ci unisce, nulla è cambiato».
Solo nella sua casa di
Ratisbona, nello studio che le mani sapienti di Frau Agnes Heindl, la fedele domestica di una vita, hanno adornato di fiori primaverili tra l’albero delle uova colorate e i coniglietti di Pasqua, Georg Ratzinger, 82 anni compiuti, trascorre la sua giornata come ha sempre fatto. La mattina la Messa, poi la visita all’amico Hubert Schöner, decano della Alte Kapelle della città. Due passi attorno al duomo, e poi a pranzo a casa, dove Frau Agnes ha già preparato una deliziosa Kartoffelnsuppe, e il suo mitico strudel. Magari lo stesso che preparerà a settembre, quando il Papa starà per un giorno ospite a casa del fratello, loro due da soli, come ai vecchi tempi.
«Joseph è riuscito a staccarsi un giorno "libero" dal protocollo per stare con me. La mattina andremo a Messa insieme nella Vecchia Cappella, poi rimarremo un po’ qui a casa noi due a parlare un po’. Frau Agnes ha già pensato ad un bel pranzetto. Lei sa quello che piace a Joseph (ma la fidata domestica non lo vuole rivelare, n.d.r.). 
Nel pomeriggio faremo una visita al cimitero, alla tomba di nostra sorella e dei nostri genitori, su cui ci fermeremo a pregare. E poi una scappatina alla casa di mio fratello a Pentling, fuori città. Joseph deve prendere alcune cose sue, dei libri che aveva lasciato. Bisognerà decidere anche che cosa fare della casa. Molti dei suoi libri e oggetti personali, Joseph non li può portare a Roma, perché non ha posto. Vedremo se qualcuno è interessato per una donazione». E aggiunge: «Quella sera credo rimarremo lì a cena: ci porteremo lo spuntino e mangeremo lì».
Di trasferirsi a Roma, Georg Ratzinger non ci pensa per nulla. «La mia casa è qui», risponde. «E poi a Roma gli affitti sono cari, e si fa fatica anche a trovare abitazione. Non sarebbe così facile trasferirsi», commenta dal cuore con il suo candore di sempre. «Certo, in questo anno trascorso non ho potuto stare a lungo con mio fratello come facevamo prima. E poi l’età va avanti. Prego il Signore che mi dia la salute per poter andare di tanto in tanto a trovarlo». Dall’aprile dell’anno scorso, Georg è stato in Vaticano cinque volte. «Per la cerimonia di inizio pontificato. Poi brevemente a Pentecoste (e presto per la stessa festività ci ritornerò). Un periodo più lungo con Joseph l’ho trascorso durante l’estate. Successivamente sono andato ad ottobre con i Domspatzen, i Passerotti del duomo (i celebri cantori della Baviera, di cui Georg Ratzinger è stato per quarant’anni maestro). E infine ho passato con lui il Capodanno».
Con il Santo Padre si sente regolarmente per telefono, almeno una volta in settimana. «Di solito chiama lui. Non manca mai ogni settimana di telefonare. A volte anche più spesso se c’è qualche motivo per cui dobbiamo sentirci».
Per il resto, la vita del vecchio maestro della cappella del duomo procede immutata come prima. «Ecco, ricevo molte più lettere e cartoline di una volta. Anche semplici persone che dicono di pregare per me e per mio fratello. Altre che mi chiedono una benedizione o un ricordo particolare alla Messa. Una volta rispondevo io direttamente a tutta la posta che ricevevo. Ora non posso più, non ci vedo. Così viene di tanto in tanto uno dei "Passerotti del Duomo" qui a casa, e mi legge la corrispondenza e io dico come rispondere. Di più purtroppo non riesco a fare».
Del primo anno di pontificato di suo fratello, Georg dice di essere rimasto colpito dalla capacità del Papa di parlare con la gente. «Mi sembra che abbia trovato il tono giusto per dire al mondo, ai giovani, che la fede non è un peso, qualcosa che intristisce la vita riempiendola di divieti. Al contrario, è una gioia immensa per l’umanità, un aiuto importante per l’uomo d’oggi nelle sue difficoltà di trovare la strada, un senso al proprio cammino». Monsignor Georg è rimasto commosso quando vide in televisione i giovani che accoglievano suo fratello lungo le rive del Reno. «Purtroppo certa stampa e certi circoli avevano appiccicato addosso a Joseph un’immagine che non era vera, che non corrispondeva a quello che lui è in realtà. Ora si mostra per come è veramente, e la gente lo capisce e lo apprezza». Dell’enciclica Deus caritas est, Georg dà un giudizio molto chiaro. «In quell’enciclica c’è tutto mio fratello Joseph. Vi ho ritrovato il suo stile, la sua scrittura, tutto il suo pensiero.
Quell’enciclica non l’ha preparata in questi mesi. È il frutto della maturazione di una vita, e io vi ho colto il suo cammino di fede e la sua riflessione teologica lungo gli anni».
Delle scelte di Benedetto XVI in questo primo anno, il fratello Georg confida: «No, non c’è nulla che non ho condiviso, o che avrei fatto diversamente. Forse sul piano religioso all’inizio non ho compreso subito alcune sue scelte audaci. Mi sembravano quasi troppo aperte. Poi ho invece capito che Joseph aveva ragione. Lui non si limita al quotidiano, come capita di fare a me. Guarda alla fede e al mondo con una visione più ampia, secondo una prospettiva più aperta. E quindi si capiscono anche certe scelte».
La sua preoccupazione per la salute del fratello Papa, che all’inizio lo aveva allarmato per i ritmi intensi a cui sarebbe stato sottoposto, un anno dopo ha trovato rassicurazione. «È vero, ero molto preoccupato. Invece anche negli ultimi incontri l’ho trovato bene. Non sembra risentire del peso gravoso e delle responsabilità che incombono su di lui. Credo sia merito anche della dieta regolata a cui si sottopone. Non mangia molto bavarese, i wurstel e gli insaccati che pure gli piacciono. Ma questo è un bene. E poi fa attenzione alle ore di sonno, in modo che ogni notte possa avere un numero di ore sufficienti, sei o sette, per recuperare la fatica. Per il suo compleanno gli ho inviato come regalo un pacchetto di caffé senza caffeina».
La bavaresità. Ecco un altro aspetto peculiare che accomuna fortissimamente i fratelli Ratzinger. L’amore per la propria terra, la propria cultura, la fede e la devozione a Maria, sotto la cui protezione è posta la regione. «Per noi la Baviera è uno stile di vita, un modo di pensare, di affrontare le cose», spiega don Georg. «È essere uniti dal dialetto bavarese. È avere un determinato temperamento, che ci distingue dai tedeschi del Nord. I bavaresi hanno un cuore grande. In mio fratello l’amore per la propria terra è fortissimo, e difatti non vede l’ora di tornare in Baviera, a settembre: ha voluto che la visita fosse concentrata nei luoghi che hanno segnato la sua vita e la sua fede». Anche la musica è molto importante per i Ratzinger. «L’abbiamo respirata fin da piccoli», esclama. «A mio padre piaceva suonare la cetra e cantare, e ci ha trasmesso un talento musicale particolare, che è stato fondamentale per la mia vita. Anche per mio fratello ha avuto un’importanza determinante, oltre che essere tra i suoi hobby preferiti. La musica, e fare musica insieme, fu per noi fin da giovani una dimensione del messaggio divino».
Dopo tre quarti d’ora, Georg Ratzinger accompagna alla porta, e come un vecchio parroco si congeda: «Si ricordi anche di me nella preghiera. L’ho detto anche a Joseph: preghiamo l’uno per l’altro. Che Dio la benedica».