INTERVISTA

Parla la scrittrice Jung Chang, oggi in Italia
e autrice di un libro critico sul «Grande timoniere».
Il risveglio religioso in Cina.

RITAGLI    Mao? Temeva i cattolici    SPAZIO CINA

«Il mio Paese soffre di antiche contraddizioni.
C’è ancora differenza tra città e campagna e manca la libertà di espressione.
Ma è assai difficile che possa accadere di nuovo una rivolta come quella di Tien an men».

Antonio Giuliano
("Avvenire", 18/5/’07)

Jung Chang è una scrittrice cinese che Mao Zedong avrebbe bollato come «nemico senza fucile». Così apostrofava gli oppositori del suo crudele regime comunista. Di certo il dittatore cinese non avrebbe gradito la recente biografia che la Chang gli ha dedicato: "Mao la storia sconosciuta" (Longanesi). È un testo scritto a quattro mani, insieme al marito, lo storico britannico Jon Halliday: quasi mille pagine, essenziali per chiunque voglia capire il comunismo cinese, anche quello odierno. Mao oggi sarebbe un "Sole Rosso", ma per la rabbia. Nel libro, Jung Chang e Jon Halliday, sebbene «senza fucile», infliggono un duro colpo al mito del "Grande Timoniere", con una mole impressionante di testimonianze inedite e dirette. La scrittrice si era già fatta conoscere con "Cigni selvatici", la storia delle donne della sua famiglia, un "best seller" tradotto in 30 lingue. Jung Chang che dal 1978 si è trasferita in Gran Bretagna, è anche in questi giorni impegnata a girare il mondo per richiamare l'attenzione sul suo Paese, ancora vittima del comunismo. Domani sarà a Gorizia per «èStoria», terzo "Festival internazionale della storia", in programma fino a domenica.

Signora Chang, oggi Mao è solo un brutto ricordo o il suo mito rimane?

«Se ancora resiste è solo perché l'attuale regime continua a presentarlo come un grande dirigente, mascherandone errori e crimini. In Cina è molto pericoloso criticare Mao. Ma chi come me ha vissuto in quegli anni ha sofferto un regime orribile di un uomo senza rispetto per la vita umana che ha ucciso almeno settanta milioni di persone. Durante la "Rivoluzione culturale" mia madre fu spedita in un campo di rieducazione: solo in teoria la Repubblica popolare aveva equiparato i diritti delle donne a quelli degli uomini. In realtà diventammo tutti schiavi dello Stato».

Che cosa è cambiato in Cina rispetto ad allora?

«C'è una maggiore mobilità: esiste la possibilità di spostarsi dal luogo dove si è nati o di andare a trovar lavoro in città. Ci sono meno restrizioni sia per gli uomini che per le donne. I matrimoni non sono più rigidamente controllati dal Partito Comunista: la donna è più libera di scegliere chi sposare. Ma nel Paese non c'è libertà di espressione. La gente sa che sono ancora attivi i "Laogai", i campi di lavoro, con tanti prigionieri, ma è vietato parlarne in pubblico. Di recente ci sono state delle aperture del governo sulla proprietà privata, però non si è definita bene la questione. Ad esempio, per quanto tempo una persona può essere proprietaria? Nelle grandi città forse è diverso, ma nelle campagne lo Stato continua ad esser prepotente e sono migliaia i contadini che stanno lottando per un pezzo di terra».

Ci potrebbe esser presto una nuova Tien an men?

«È molto difficile. Il regime è più organizzato rispetto ad allora. Riesce a dividere qualsiasi gruppo d'opposizione. Eppure si sta sviluppando una nuova classe media che gode di molte libertà, tranne quelle politiche: sono cittadini che possono viaggiare molto e riescono anche a mandare i propri figli a studiare all'estero. Però sembra che stiano lottando per i diritti civili in modo blando, hanno forse paura di perdere i loro privilegi a favore dei contadini».

Il cambiamento potrà venire dall'esterno?

«L'Occidente sta facendo molto poco. Potrebbe insistere di più per esempio sui diritti dei lavoratori. La Cina ha firmato degli accordi all'Onu, ma non li rispetta. Inoltre il governo cinese riesce a censurare tutto, anche Internet, grazie alla complicità di aziende telematiche che hanno venduto la propria libertà tecnologica. È vero poi che la mano di Pechino arriva molto lontano: nel mondo ci sono università in cui tanti hanno paura di incontrarmi».

Lei non ha paura?

«Il regime ha messo fuori legge i miei libri. Ha addirittura emesso un documento per vietarli. Ma qualche settimana fa, intervenendo in un programma alla radio statunitense, ho avuto la possibilità di parlare con ascoltatori in collegamento dalla Cina: mi hanno detto che il libro su Mao si trova in un'edizione di contrabbando. Poi il regime non mi ha ancora negato il visto e anche di recente sono tornata in patria. Con mio marito siamo rimasti sorpresi per un'accoglienza calorosa: molti, senza conoscerci, ci fermavano per la strada e ti ringraziavano».

Che cos'altro l'ha colpita, ritornando in patria?

«Ho notato che molti si avvicinano alla religione, soprattutto alla fede cristiana e in particolare a quella cattolica. Perché da un lato è portatrice di un'etica morale universale, non basata su considerazioni politiche o utilitaristiche. E poi perché riesce a preservare la segretezza della vita personale, un aspetto che Mao voleva distruggere. Sappiamo dalle nostre ricerche che il dittatore temeva non tanto i protestanti o i buddisti, quanto i cattolici. Per esempio, la confessione è un'opportunità preziosa per custodire la propria "privacy". Sì, stiamo sempre parlando di una minoranza, ma oggi c'è un interesse crescente per la religione».