DIBATTITO

Presenti in tutti i continenti, i missionari lavorano ogni giorno
in contesti difficili e ignorati dai "media".
Parlano gli inviati.

RITAGLI    Terzo mondo, gli eroi silenziosi    MISSIONE AMICIZIA

Càndito: «Li ho visti all’opera in Congo: sono straordinari.
Ma i "mass media" sono sordi».
Capuozzo: «Noi assistiamo agli eventi, loro li vivono.
Per padre Bossi non c’è il giusto sconcerto».
Mo: «Non dimentichiamo il loro impegno per sostenere la cultura».

Antonio Giuliano
("Avvenire", 14/7/’07)

Il laico Montanelli li avrebbe assunti tutti a tempo indeterminato nel suo "Giornale". Perché i missionari la qualifica di «inviati» se la conquistano da anni sui campi più sperduti del pianeta. Eppure non fanno notizia. È già tanto se i riflettori dei "media" si accendono per loro quando vengono rapiti o pagano con la vita il proprio lavoro. Ma il loro sacrificio è diventato purtroppo così abitudinario che spesso poche righe sono ritenute sufficienti per ricordarli. Indro Montanelli sarebbe andato su tutte le furie. Lui, senza retorica, non esitava nel definire i missionari «eroici». Un giudizio che trova d'accordo anche gli «inviati» di oggi, che con i loro occhi hanno visto o continuano a vederne il lavoro paziente e silenzioso ai quattro angoli della Terra.
Dice Mimmo Càndito, inviato della "Stampa": «I missionari sono persone straordinarie. Nei miei servizi in giro per il mondo mi ha sempre affascinato la semplicità e la naturalezza con cui affrontano realtà difficili. Devi avere una grande forza interiore per riuscire a calarti così bene in certi posti. Soprattutto in Africa. Ricordo il milione di profughi che dal Congo ritornava in Ruanda. Una marea umana che si muoveva. E nel seguirla, notai insieme ad altri colleghi una bimba, sola, che piangeva, nascosta tra escrementi. Non voleva venir fuori. Alla fine la prendemmo in braccio e la portammo da un sacerdote di una missione perché non aveva familiari. Io sono laico, ma non dimenticherò mai con quale spirito cristiano e quale amore quel missionario se ne prese cura». Càndito non si meraviglia del silenzio "mediatico" che copre i missionari: «Ormai le grandi agenzie internazionali decidono il flusso delle notizie. Se vogliamo anche i missionari sono inviati, sono "colleghi". Ma io da tempo dico che l'inviato, come figura professionale, sta morendo o è in estinzione. Abbiamo accantonato il compito nobile del giornalista: andare, vedere, raccontare. Le redazioni per necessità o per pigrizia ripiegano sulle agenzie. E se gli stessi "reporter" escono fuori dal giro delle notizie, figuriamoci i missionari che lo fanno volontariamente... Nei loro confronti c'è proprio una sordità».
Toni Capuozzo, inviato del "Tg5", fa fatica a citare un missionario piuttosto che un altro: «Ne ho conosciuti tanti, sono davvero speciali. Testimoni nel vero senso del termine. Anche per il nostro lavoro veniamo chiamati così, ma noi assistiamo agli eventi. Loro invece ne sono i protagonisti. Ho sempre pensato al missionario in Africa, invece sono rimasto colpito dalla loro attività in Bolivia, a La Paz. Un contesto urbano con tanti problemi, ma in fondo molto vicino a quello nostro: mi colpisce sempre la mole di lavoro che si sobbarcano e la conoscenza che hanno del luogo. Per un giornalista poi il missionario è anche una fonte preziosa, è difficile trovarne un'altra che sia così ben radicata e disponibile». Capuozzo è lapidario: «È vero che solo le cattive notizie fanno notizia. Ma c'è poca attenzione nei loro confronti. Negli ultimi vent'anni c'è stata una specie di "enfatizzazione" dei volontari laici e l'opera dei missionari è sempre più data per scontata. Anche per
padre Bossi non c'è il giusto sconcerto e l'opportuna indignazione. Sembra tutto ovvio. Noto una doppia morale. Ad esempio nel caso delle due Simone c'era giustamente la preoccupazione che fossero giovani e ragazze. Ma poi c'è stata l'enfasi della politica. Non ricordo un trattamento simile quando sono rimasto asserragliato con frati e suore nella basilica della Natività a Betlemme. Però il missionario tende per sua natura a non far notizia, e forse è anche questo un merito della loro grandezza».
Ettore Mo, storico inviato del "Corriere della Sera", ne ha ammirato il coraggio in tutti i luoghi dove ha lavorato: «In Bangladesh - dice - li ho visti all'opera con i tossicodipendenti. È incredibile come si sacrifichino nei "pozzi" di sofferenza sparsi per il mondo. Non dimentico nemmeno il loro impegno in favore della cultura. Penso a quel missionario inglese in Perù che aveva raccolto intorno a sé tanti giovani volenterosi. Ogni giorno si caricavano di borse pesanti anche cinquanta chili piene di libri: si inerpicavano sulle Ande per andare ad istruire quelle popolazioni in gran parte analfabete. Poi, dopo averne usufruito, la gente riportava nelle loro missioni quei volumi. E loro prontamente ripartivano verso altre mete. Ma potrei dire altrettanto delle condizioni disagiate in cui operano i comboniani del Sudan. Loro riescono a condurre esistenze davvero precarie. Montanelli aveva proprio ragione. Noi andiamo lì per una settimana o per mesi. Questi uomini sono "inviati" lì per anni e anni. Se non per tutta la vita».