INTERVISTA

Lo «Shakespeare nero» denuncia l'ipocrisia del potere nel suo continente;
e accusa l'Occidente.
Parla il "Nobel" nigeriano Soyinka.

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Antonio Giuliano
("Avvenire", 18/8/’07)

Lo scrittore acclamato in tutto il mondo non è più il bambino che camminava scalzo per il villaggio nigeriano di Akè. Oggi il primo "Nobel" africano per la letteratura è un signore di 73 anni, con un cespuglio di capelli bianchi in testa e un candido e folto pizzetto che spiccano sulla pelle nera. Gli occhiali da letterato sono quelli di un uomo che non ha mai perso di vista il suo Paese. Wole Soyinka è nato e cresciuto tra gli "yoruba", una delle principali etnie nigeriane. Intellettuale occidentale per formazione, si è laureato in Inghilterra, ma è rimasto sempre legato alla propria terra. Tutta la sua opera risente di questa duplice eredità: dal romanzo "Gli interpreti" ad "Akè. Gli anni dell'Infanzia", tra i libri più noti, entrambi pubblicati da "Jaca Book" che lo ha fatto conoscere in Italia. «La cultura "yoruba" mi ha plasmato - dice oggi Soyinka - , ma sono aperto al meglio delle altre culture». L'"eclettismo" non connota solo la sua visione del mondo. È anche una caratteristica della sua penna. Narratore, poeta e drammaturgo: nel 1986 il "Nobel" ha consacrato Soyinka nell'olimpo dei letterati del Novecento. «Alla consegna del premio sono rimasto sorpreso - ricorda - . Poi scioccato pensando a che cosa potevo fare per la mia Africa. Ora spesso anche irritato: mi cercano in tutti i continenti per incontri e conferenze». E tra i suoi prossimi impegni c'è anche il prossimo "Festival della Letteratura" a Mantova. Un destino da predestinato già nel nome. Sarà un caso ma "W.S.", le sue iniziali, sono le stesse di un grande della letteratura: William Shakespeare. A lui, Soyinka deve molto per la lingua e le strutture delle sue "pièces". Così come nella denuncia dell'ipocrisia del potere. L'aspirazione a "Shakespeare dell'Africa" è peraltro manifesta. Ammette Soyinka: «L'esercizio del potere può assumere contorni tragici, come testimonia la grande poesia shakespeariana. Il dovere dell'artista è di riportare il fenomeno alle giuste proporzioni ovvero nei limiti del grottesco». L'impegno civile l'ha reso una figura cardine della cultura africana. Le sue opere trasudano i problemi dell'Africa contemporanea. «I conflitti africani non si sono "autogenerati" - spiega - , sono frutto del colonialismo. I confini degli Stati sono artificiali. Dove però funzionano conviene lasciarli così, altrimenti meglio convocare dei plebisciti come in Camerun». Quanto alle ferite storiche da sanare «la "Commissione per la Verità e la Riconciliazione" creata in Sudafrica è un modello che può essere perseguito. Ma non è strettamente applicabile in ogni Paese». Il risentimento verso l'Occidente riguarda anche il presente: «Vuole eliminare ogni forma di civiltà diversa dalla propria». Insieme a una buona dose di "antiamericanismo", che non teme le esagerazioni: «Non ci sarà in futuro un "problema acqua", ormai è una risorsa rinnovabile. E se ci fosse daremo la colpa agli americani che girano con la borraccia e bevono acqua ogni due ore». Spesso gli è stato dato del marxista, ma ha sempre rifiutato qualsiasi etichetta: «La volontà di dominare è la forza motrice della storia, attraversa tutte le ideologie, tutte le religioni, tutte le razze. La teoria marxista è semplicistica. Anche se si eliminassero tutte le classi, ci sarà sempre l'istinto di quelli che vogliono dominare». Ma Soyinka riconosce senza riserve le colpe dell'Africa: «Con l'indipendenza abbiamo avuto "leadership" corrotte e perfino più brutali». Lo sperimentò lui stesso sulla propria pelle. Durante la guerra civile del 1967 fu arrestato per aver chiesto il "cessate-il-fuoco". Ventidue mesi di prigionia. L'indipendenza non aveva mutato niente. Peggio: i carcerieri erano diventati gli stessi nigeriani. Liberato, Soynka scelse l'esilio. In Nigeria ha rimesso piede nel 1983, al termine della dittatura di Abacha che lo aveva condannato alla pena capitale. Da anni accusa i governi africani: sono lontani dai problemi e inerti dinanzi all'espatrio delle giovani intelligenze. «La fuga di cervelli è la nostra grande maledizione. Ci vorrebbe un programma di sviluppo sociale che punti sulle piccole imprese per un rinascimento africano». Quando riflette sul destino della sua Nigeria è colto da dubbi amletici: «Non sappiamo come andrà a finire. Due opposte tensioni si fronteggiano: quella di chi vuol creare un'unica nazione, l'altra di chi vuol far prevalere un'etnia sulle altre». Dagli Stati Uniti - dove vive e insegna letteratura - continua come un "leone" a combattere la battaglia per un'autentica democrazia nel suo Paese. L'arma è quella di sempre: una parola efficace nel «rinfacciare gli eccessi del potere. Il linguaggio è parte di una terapia della resistenza». Si sente perennemente in viaggio come i camionisti de "La strada", uno dei suoi capolavori. È la metafora di una ricerca anche "metafisica", sebbene in un universo religioso africano. Già ad Akè quel ragazzino scalzo intuiva quanta strada c'era da percorrere per sé e per il suo Paese. Oggi lo ritroviamo intento a scrutare l'orizzonte. La strada è ancora lunga. Ma Wole ha le scarpe ai piedi e la stessa voglia di continuare a camminare.