DALLA COLOMBIA

RITAGLI   Perdonare l'imperdonabile   SEGUENTE

La riconciliazione diventa un requisito necessario per la pace!

Leonel Narváez Gómez*
("Mondo e Missione", Gennaio 2007)

«Guardi qua, padre: queste foto e queste registrazioni telefoniche sono la prova inconfutabile di sei mesi di tradimento di mia moglie con un altro uomo», mi diceva Pedro, indicando rabbiosamente Sofia, la sua giovane sposa, che non faceva altro che piangere e ripetere: «Sì, sono una figlia di…». E lui continuava: «Ma tu, padre, mi hai insegnato che il vero perdono è dell’imperdonabile e sono qui affinché tu mi insegni a perdonare il gesto imperdonabile che ha fatto mia moglie».
Scrivo dalla Colombia, in Sud America, dove dopo cinquant’anni di violenza la pratica del perdono e della riconciliazione comincia paradossalmente a diventare un requisito indispensabile per raggiungere una pace sostenibile tra vittime, carnefici e sopravissuti, non solo della violenza sovversiva (che nel Paese causa solamente il 18 per cento della criminalità), ma soprattutto della violenza sociale, che è l’epidemia invisibile delle città della Colombia e del mondo.
Nel mezzo della tragedia della violenza, poco a poco, i colombiani stanno comprendendo che una vittima con rabbia e desiderio di vendetta è doppiamente vittima. Si comincia ad accettare l’idea che il castigo non è un modo sano di applicare la giustizia, ma una modalità cieca di ufficializzare la vendetta. Si va accettando il presupposto che la riparazione dell’offeso è tanto importante quanto la riabilitazione di chi ha perpetrato l’offesa.
La grande tragedia delle vittime è che la rabbia per l’offesa gradualmente si converte in risentimento, il risentimento porta al desiderio di vendetta e la vendetta moltiplica le violenze. Per una persona che è stata vittima di qualche violenza, l’amministrazione della «memoria ingrata» o del risentimento diventa il problema più difficile e allo stesso tempo più urgente da risolvere. La «memoria ingrata» rende la persona schiava del suo passato. Per questo, il primo passo verso il perdono è comprendere che il risentimento provoca caos e oscurità. È necessario esercitarsi a proiettarsi verso un nuovo futuro, liberarsi della «memoria congelata» per arrivare a una memoria creatrice e dinamica.
Viene poi il momento più importante di questo cammino: decidere di perdonare. Il perdono è fondamentalmente una decisione, con luogo e data. Una decisione nella quale confluiscono apporti dell’intelligenza emozionale e spirituale, e in minima parte dell’intelligenza razionale. Di fatto, non si riesce mai a comprendere il perdono con la ragione; per questo, contro l’irrazionalità della violenza è necessario proporre l’irrazionalità del perdono. Una volta che si è deciso di perdonare, il cammino diventa più facile. L’offeso comprende che deve cominciare a guardare il suo «carnefice» con occhi nuovi e che deve gradualmente sviluppare sentimenti e atteggiamenti di compassione, bontà, misericordia. Chi perdona riesce a sviluppare l’aspetto più sublime e prezioso degli esseri umani: la tenerezza, la compassione. È un momento di divinità, di grandezza infinita. Significa somigliare a quel Dio la cui misericordia non ha fine. È l’estetica e l’etica della vita in tutta la sua grandezza.
Coloro che vogliono lavorare efficacemente per instaurare il regno di Dio in questo secolo non hanno altra alternativa che farlo attraverso una pastorale del perdono che coltiva la compassione, la misericordia, la tenerezza. Il cristianesimo è la religione della memoria. Non della memoria triste del crimine subito da Gesù, ma piuttosto della memoria trasformatrice che ricorda il crimine con occhi nuovi. Un crimine che redime. Che toglie i peccati di chi compie le offese. Che si converte in un dono (per-dono) costante.
Solo dopo l’esercizio personale del perdono, la persona offesa può cominciare il cammino di riconciliazione con il proprio «carnefice». Sono già tredici mesi che Pedro e Sofia compiono questo cammino di perdono e riconciliazione. La necessità di perdonare l’imperdonabile li ha toccati profondamente. Ambedue hanno dimostrato che il perdono e la riconciliazione sono atti eroici. Atti della più alta spiritualità. Atti di creazione reciproca. Si sono elevati fino a livelli di tenerezza e benevolenza mai sperati. Hanno scoperto che trasformare la «memoria ingrata» in memoria creatrice è un esercizio di liberazione, di autonomia, di libertà. Dicono di essere creature nuove. Sì, il vero perdono è dell’imperdonabile.

* Missionario della Consolata, sociologo (Colombia)