Per una
pastorale della mobilità,
che metta sempre di più al centro la dignità di chi deve lasciare la propria
terra,
l’incontro Cei con Sigalini, Simonelli, Bellia. Messaggi di Betori, Martino e
Marchetto.
Sul
tema «La persona, una storia sacra», si tiene in Abruzzo il "Convegno
nazionale"
dei direttori e incaricati diocesani della "Fondazione".
Da
Montesilvano (Pescara), Piergiorgio Greco
("Avvenire",
26/9/’07)
Sono la "voce" di chi non
ha voce, di chi oggi è davanti ai nostri occhi e domani sarà forse solo un
ricordo, di chi è costretto a lasciare la sua terra per lavorare, vivere,
sperare. Sono la voce delle tante "pietre" scartate dai costruttori, persone con
una propria storia, unica e irripetibile e, per questo, sacra. Da lunedì fino a
domani, i direttori regionali e gli incaricati diocesani della "Fondazione
Migrantes",
l'organismo della Cei
che si occupa della pastorale per i senza fissa dimora, si sono dati
appuntamento a Montesilvano (Pescara), per il consueto "Convegno
nazionale",
intitolato quest'anno «La persona: una storia sacra». Un momento di
riflessione, confronto e testimonianza, a partire dal Prologo di Giovanni:
«Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno
accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio». Parole che, come ha
spiegato in apertura monsignor Piergiorgio Saviola, direttore generale di "Migrantes",
«hanno sempre la freschezza e l'attualità dell'oggi in cui viviamo».
Ai 174 convegnisti provenienti da tutta Italia, hanno inviato il loro saluto
monsignor Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, che ha ricordato che
«obiettivo ultimo della vostra fatica apostolica è che i migranti stessi si
presentino e siano riconosciuti tra di noi come testimoni del grande sì di Dio
all'uomo», e il cardinal Raffaele Martino e monsignor Agostino Marchetto,
presidente e segretario del "Pontificio Consiglio per i migranti e gli
itineranti", per i quali gli immigrati sono «tra noi innanzitutto come persone e
membri di famiglie, se ce l'hanno, e poi come lavoratori e manovalanza o
professionisti».
Dopo la relazione biblica sul prologo di Giovanni, a cura di don Giuseppe Bellia,
della "Pontificia facoltà di Sicilia", e la riflessione pastorale di
Cristina Simonelli, della "Facoltà teologica dell'Italia
settentrionale", che ha invitato i presenti a non considerare i migranti
come «semplici destinatari di cura religiosa» ma persone che possono svolgere
«un ruolo completo e attivo nella vita della Chiesa e della società», ieri è
stata la volta di monsignor Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e
segretario della "Conferenza episcopale per le migrazioni",
intervenuto sulla figura del direttore diocesano, «voce di chi non ha voce».
Riprendendo il "Convegno ecclesiale" di
Verona, Sigalini ha ricordato
che in un mondo dove la mobilità è sempre più la regola «la pastorale della
mobilità deve rimettere sempre al centro la dignità dell'uomo, la sua
irripetibilità. Ogni uomo è un pensiero di Dio è un palpito del cuore di Dio,
diceva Giovanni Paolo
II». Ragion per cui «siamo tutti migranti e pellegrini
ma non randagi, il che vuol dire che abbiamo ancora delle mete precise, ma che
non ci siamo mai accomodati definitivamente». In questo contesto, la figura del
direttore della "Migrantes" ricopre un ruolo essenziale per tutta la
Chiesa: egli, infatti, «aiuta l'evoluzione delle nostre pastorali verso una
nuova impostazione della parrocchia, della diocesi, dei seminari, dell'attenzione al mondo giovanile, della stessa "Caritas", della pastorale
sociale». Nei confronti dei migranti, invece, se da un lato l'incaricato
diocesano deve interessarsi ai vari ambiti della mobilità, senza concentrarsi
su quelli numericamente più significativi, dall'altro deve essere guidato da
una sola preoccupazione: curare «l'annuncio del Vangelo» perché «è
l'annuncio che provoca sempre la conversione radicale a Cristo, che determina
nella persona un nuovo modo di impostare radicalmente la vita, lo fa orientare
globalmente verso il Signore della vita, non lo tiene con il piede in tutte le
scarpe possibili, ma dà alla sua vita il suo vero centro». Parole vive e
pungenti, che richiamano ad una nuova responsabilità l'intera comunità
ecclesiale.