Tre grandi figure del nostro Avvento

RITAGLI    Il senso del tempo. E dell’attesa    DOCUMENTI

Elio Guerriero
("Avvenire", 2/12/’07)

Il passaggio dell’anno liturgico mette il credente di fronte al senso del tempo: i milioni di anni della storia del cosmo e dell’umanità, l’estensione ridotta, ma per noi più decisiva, della nostra vita. Un pensiero "patristico" ripreso da von Balthasar mette in relazione il tempo con la Trinità di Dio: istituisce, tuttavia, un legame particolare con il Figlio. La sua volontà di riconoscenza e obbedienza al Padre fu all’origine della creazione e per essa il Verbo venne nel mondo per riprendersi il creato e ripresentarlo al Padre in un gesto di grata restituzione. La venuta del Figlio nella storia, secondo la Genesi, fu promessa ad Adamo ed Eva, immettendo nel cuore dell’uomo un’attesa che si ripresentava inestinguibile dopo ogni distruzione e sciagura. Qoèlet, come tanti nostri contemporanei, dava voce alla frustrazione dell’uomo di fronte alla ricerca di Dio che sembra nascondersi: «Egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio».
L’attesa è aspirazione del cuore che solo il dono generoso e gratuito di Dio porta a compimento. All’inizio dell’Avvento tre figure specificano l’attesa del credente:
Isaia, Giovanni Battista, la Vergine Maria. Isaia è il profeta messianico sopra ogni altro. I suoi vaticini si pongono a metà strada tra il desiderio dell’uomo e la promessa di Dio: Colui che deve venire – il bambino che deve nascere – è quanto di buono, bello e giusto l’uomo può sognare. Il seme di eternità posto nel cuore dell’uomo in lui avrà una risposta. La seconda figura è Giovanni Battista che grida nel deserto della nostra vita. La sua figura ascetica annuncia l’imminenza della venuta e non lascia scampo per chi si attarda: già è posta la scure alla radice degli alberi, già è pronto il fuoco per l’albero che non porta frutto. Anche l’iconografia cristiana al seguito delle descrizioni dei Vangeli suggerisce la perentorietà di chi non ha tempo per gli agi della vita, la fretta di chi già intravede il giudice con il ventilabro per secernere la pula dal grano. Ma non è la severità a prevalere nella figura di Giovanni, bensì il suo dito puntato ad indicare l’Agnello di Dio venuto a togliere il peccato dl mondo. L’ultima figura è la Vergine Maria che alla domanda dell’angelo risponde con voce pronta: «Ecco, io sono l’ancella del Signore». Ella non attende una persona che ancora non ha un nome, ma come donna incinta un neonato da crescere ed educare. Giovanni segnava la fine dell’attesa, come madre e discepola di suo figlio Maria entra già nel tempo del compimento. Ella è "archetipo" della Chiesa e modello di ogni cristiano chiamato ad attendere e far nascere il Bambino di Betlemme nella sua vita. Diceva Angelo Silesio: «Se Cristo nasce mille volte a Betlemme e non in te, tu rimani allora eternamente perduto». Diviene così chiaro il significato dell’Avvento cristiano che ogni anno ripropone l’attesa di Colui che è venuto e tuttavia deve continuamente nascere e crescere nella vita del credente.
Ha scritto
Benedetto XVI: «Il Signore desidera sempre venire attraverso di noi. E bussa alla porta del nostro cuore: "Sei disponibile a darmi la tua carne, il tuo tempo, la tua vita?"».
Secondo la tradizione, la celebrazione dell’Avvento nelle famiglie è accompagnata da un calendario, da una lampada, dalla stella di Natale. Sono segni diretti anzitutto ai bambini, ma i credenti e tutti gli uomini sono invitati a diventare come bambini per capire ed accogliere nella grotta il Dio bambino.