La liturgia del Natale e la «sorpresa» della genealogia di Gesù
Quelle impronte di DioElio Guerriero
("Avvenire", 22/12/’07)
A Natale la liturgia ripropone a sorpresa la genealogia di Gesù.
La lunga successione di nomi esotici non dice molto all’ascoltatore
contemporaneo. Per gli evangelisti, invece, contiene un senso che, secondo la
Chiesa, conviene ancora trasmettere. In uso nel mondo greco e latino, le
genealogie miravano a esaltare la figura dell’eroe, dalla stessa appartenenza
familiare destinato a grandi imprese. Nella genealogia di Matteo, che ha inizio
con Abramo e finisce con Giuseppe, lo sposo di Maria, tutto è orientato al
Bambino, il Figlio di Dio. Giuseppe sta a significare la fedeltà di Dio alla
promessa fatta a Israele. Maria, invece, personifica la speranza dell’umanità.
Anche i primi due gruppi chiamati a riconoscere Gesù portano avanti questa
simbologia. I pastori ebrei che ricevono l’annuncio festoso degli angeli sono
coinvolti nell’evento di salvezza dalla loro obbedienza. Essi giungono alla
grotta e riconoscono nel neonato il salvatore di Israele. Anche i magi, giunti a
Betlemme al seguito della stella, cercano in Israele colui che sarà il re delle
nazioni. Essi sono l’origine della Chiesa dai pagani che ottiene la dignità
israelitica entrando nella famiglia dei patriarchi. È questo il fondamento
della convinzione, più volte espressa da Benedetto
XVI, secondo la quale
esistono due testamenti, ma un’unica alleanza.
Gesù, infatti, porta a compimento la promessa fatta ad Abramo e la legge donata
a Mosè, non nel senso dell’eliminazione o del superamento, ma come sua
estensione a tutti i popoli. Gesù stesso approfondirà questo insegnamento
nella sua predicazione, in particolare nel "Discorso della Montagna". L’annuncio,
tuttavia, è già anticipato simbolicamente nella venuta dei magi e nella
genealogia di San Luca, che inizia da Gesù e finisce con Adamo. Gesù, l’atteso
dai profeti, è il discendente di Adamo. «Attraverso il suo essere uomo noi
tutti apparteniamo a Lui, Lui a noi; in Lui l’umanità conosce un nuovo inizio
e giunge al suo compimento» ("Gesù di Nazaret"). Nei giorni scorsi
si è svolto a Gerusalemme l’incontro della "Commissione mista
Israele-Santa Sede" sulla situazione attuale dei cristiani in Terra
Santa.
È un dialogo delicato e lungo che riguarda la concessione dei visti, il
mantenimento dei luoghi santi, il riconoscimento di pari opportunità ai
cristiani, in maggioranza di origine arabo-palestinese. Le difficoltà non
mancano per i cristiani il cui numero da anni decresce per una lenta, ma
ininterrotta, emigrazione. È necessario creare le condizioni per cui quest’esodo
si arresti. I discepoli di Gesù hanno bisogno di poter vedere e toccare le
impronte di Dio nella storia. Come i suoi predecessori, Benedetto XVI vuole
recarsi in Terra Santa. Desidera, però, visitare non dei "musei", bensì i luoghi
vivi dell’incontro del Figlio di Dio con la realtà delle nostre case e della
nostra storia. A questo scopo, vi è più che mai bisogno della pace che non è
solo assenza di guerra, ma un retto ordinamento delle realtà terrene, in
spirito di fiducia e di fraternità.
Secondo l’annuncio degli angeli ai pastori, tuttavia, la pace presuppone un’altra
realtà senza la quale la convivenza pacifica tra gli uomini non può durare a
lungo: la gloria di Dio. Ai nostri giorni gli uomini della politica e della
diplomazia si affannano a cercare le condizioni della pace. Secondo la parola
del Salmo, tuttavia, i loro sforzi risulteranno vani se vorranno escludere o
mettere tra parentesi la gloria di Dio.