La vicenda di Chiara Lubich nella Chiesa contemporanea
Il fragore della femminilità
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nella sequela del
"Movimento"
Elio
Guerriero
("Avvenire",
15/3/’08)
Cambiò il nome come
fanno i "religiosi".
Da Silvia divenne Chiara. Ma non voleva diventare "religiosa", Chiara
Lubich. Come
Santa Chiara voleva vivere il Vangelo nella sua "purezza", e come il
"poverello" di Assisi seguire Gesù insieme con le sue
"compagne". A Trento negli anni della "Seconda Guerra
Mondiale", come a Roma negli anni Cinquanta, era questa la certezza che la
guidava e che la portò a individuare una nuova forma di vita cristiana: quella
dei "movimenti". Era peraltro quanto sosteneva in quegli anni il
fondatore dell’"Opus Dei", San Josemarìa Escrivà, e quanto
ripeterà alcuni anni più tardi Don Luigi Giussani, a Milano. Non si trattava
di "fuggire", di entrare in conventi o monasteri, ma di vivere da
cristiani nel mondo. Chiara Lubich, tuttavia, aveva una sua
"specificità" evidente.
Era una donna. E questo rese ancora più arduo il suo compito all’interno
della Chiesa e della società. Con il suo "movimento"
era chiamata a vivere la "femminilità" di Maria e della Chiesa, la
"femminilità" che permette all’amore di Dio di
"irradiare" dentro di noi. Non fu, tuttavia, un’esperienza
"trionfale".
Come insegna la "trasfigurazione" del Signore, lo splendore della
gloria è un momento della Passione.
Nell’estate del 1949 Chiara chiese al Signore «di poter
"prosciugare" l’acqua della "tribolazione" in molti cuori
vicini e lontani». Negli anni seguenti la sua preghiera venne prontamente
accolta. Ci furono le difficoltà per un’inchiesta del "Sant’Uffizio"
sul "movimento", ci furono soprattutto «i dolori, le angosce, le
disperazioni, le malinconie, l’abbandono» provati da Chiara a imitazione di
Cristo al "Getsemani". Questo aspetto del suo carisma l’avvicina
alla sua amica, la beata Madre
Teresa di Calcutta.
Uno dei "capisaldi" della chiamata di Chiara si basava sulla preghiera
di Gesù «che essi siano uno, Padre, come tu sei in me ed io sono in te».
Questa spinta a vivere l’unità portò a realizzazioni sempre più
"sorprendenti". Dall’Italia il "movimento" si estese all’Africa,
alle Americhe, all’Asia. Negli anni Sessanta approdò in Germania e in
Inghilterra e istintivamente si aprì all’"ecumenismo" con gli
evangelici e gli anglicani. Un’altra "frontiera" venne varcata nel
1976 quando fu aperto il primo "focolare" per buddhisti in Giappone.
Seguirono "focolari" per ebrei e musulmani. A Loppiano in Toscana, a
Fontem in Camerun, ad Aracoeli in Brasile presero forma nel corso degli anni
alcuni "centri" all’interno dei quali si vive l’economia di
"comunione". Si mettono insieme i beni e con il ricavato si provvede
al bisogno di tutti. Si realizza così, secondo Chiara, non una "rivolta
sociale" bensì il programma del "Magnificat": «Gli affamati
sono ricolmati di beni e i ricchi rimandati a mani vuote».
Col trascorrere degli anni Chiara sviluppò un vero pensiero
"economico" della comunione per il quale ricevette prestigiosi
"riconoscimenti" accademici. Devota di San Francesco, Chiara aveva
ammirazione per l’altra "patrona" d’Italia, Santa Caterina. La
giovane senese aveva al suo seguito un gruppo di "discepoli", tra cui
alcuni religiosi. Così Chiara ha svolto un ruolo "significativo" per
sacerdoti, vescovi e cardinali, e non ha mancato di accompagnare gli ultimi
Pontefici con la preghiera e con il consiglio. È un segno di speranza per le
donne, per la Chiesa e per la società. Diceva Chiara: «Solo Gesù esaudisce i
bisogni e le speranze delle donne di oggi e delle donne del futuro. Solo alla
sua "scuola" esse potranno imparare quell’amore che dà
"pienezza" al loro essere».