La "Festa dei Santi", la "Memoria dei Defunti"
Quelli che
hanno già compiuto il cammino
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Elio
Guerriero
("Avvenire",
2/11/’08)
Ricordando
la "Festa
dei Santi",
ieri all’"Angelus"
Benedetto XVI
ha parlato di un vivaio in cui "si rimane stupefatti dinanzi alla varietà
di piante e di fiori". A sua volta la sequenza della "Dedicazione
della Chiesa" descrive la "Gerusalemme Celeste" edificata con
pietre vive. Guardando alla terra, invece, i Santi sono coloro che impersonano
le "Beatitudini"
e il "Discorso della Montagna".
Sono i veri poveri a imitazione di Colui che non ha dove posare il capo, sono i
miti degni di andare a Colui che è mite ed umile di cuore, sono i puri che
possono guardare a Dio, sono gli operatori di pace, gli affamati e assetati di
giustizia. In breve, sono gli imitatori di Cristo, di cui scrivono senza
interruzione la "biografia" sulla terra.
Era dunque necessario che i primi Santi fossero dei "martiri", degli
imitatori della "passione" di Gesù, cui fecero seguito i Vescovi e
"Dottori", che con il loro insegnamento intrecciarono gli anelli della
dottrina e del credo. Nella tradizione monastica la venerazione della
"Parola" aprì la strada all’amore per le lettere. Si svilupparono
allora le "Università" e le arti, il canto e la musica. La decadenza
dell’Occidente non impedì la "fioritura" di nuovi Santi: Francesco, Domenico,
Sant’Ignazio e San Filippo, duplicati e ingentiliti da Chiara, Santa Caterina
e Santa Brigida. L’epoca moderna ci ha portato i Santi della
"carità": San Vincenzo, San Giuseppe Cottolengo, ma anche i nuovi
"martiri". Tanto per uscire dall’Europa, i "martiri
cinesi", Santa Giuseppina Bakhita dall’Africa, i "martiri" del
Messico, Oscar Romero, Madre
Teresa, fino
ai morti dell’ultimo mese in India
e in Iraq.
Quest’ultimo elenco di Santi "canonizzati" e di "Servi di
Dio" che ancora attendono il pieno riconoscimento della Chiesa, ci permette
un rapido sguardo anche alle anime dei defunti, a quei cristiani che hanno
cercato di seguire Cristo non sul "moggio", sotto la luce dei
riflettori, ma nel quotidiano di una vita umile e nascosta come quella che
conduce la maggior parte degli uomini.
La prassi di celebrare la "Festa
dei Defunti"
distinta da quella dei "Santi" si diffuse nel X-XI secolo a Cluny.
Venendo incontro alle richieste dei fedeli, i monaci "Benedettini"
svilupparono una liturgia apposita per la sepoltura e il ricordo dei morti. La
vicinanza delle due "Feste" nei primi due giorni di Novembre dice
anche della loro "prossimità teologica", mentre quest’anno la
ricorrenza della "Memoria dei Defunti" nel "Giorno del
Signore" evidenzia il comune fondamento nella morte e resurrezione di
Cristo. "Tutti quelli che sono di Cristo, infatti, avendo il suo Spirito,
formano una sola Chiesa e sono tra loro uniti in Lui" ("Lumen
Gentium",
49).
Per questo i cristiani hanno la ferma speranza che "Santi" e
"Defunti" sono uniti in Cielo nella contemplazione della gloria e in
Dio volgono il cuore ai loro cari che ancora sono pellegrini sulla terra. Hanno,
anzi, la possibilità di ricordarci a Dio e così di aprirci la strada che porta
a Lui. Essi hanno già compiuto il cammino e sono per noi la garanzia che quando
a nostra volta dovremo vagare fra le ombre della morte non avremo bisogno di
temere alcun male, perché il Cristo è con noi. La "Comunione" dei
Santi e dei cristiani vivi e defunti è infine segno di speranza per tutti gli
uomini, è invito a guardare verso il Cielo di Dio, che può diventare anche il
Cielo degli uomini.
Nelle luci "chiassose" delle città i ceri dei cimiteri appaiono sempre più umili
e poveri. Essi richiamano, tuttavia, le "Beatitudini", che sono il
segno della presenza di Cristo, della sua speranza nella quale siamo salvati.