Nel
libro «Gesù di Nazaret» di Benedetto XVI
la proposta di una rinnovata amicizia fra ebrei e cristiani in nome dell'unico
Dio.
Il
dialogo a distanza con il rabbino americano Jacob Neusner,
che si pone sinceramente la domanda sulla divinità di Cristo.
Elio
Guerriero
("Avvenire",
29/5/’07)
Le molte religioni e
l'unica alleanza, l'uomo alla ricerca del sacro e la rivelazione di Dio, le vie
molteplici delle religioni e Dio che si rivela al Sinai, anzi scende dal cielo
per porre la sua tenda tra gli uomini. Sto parlando dell'introduzione a "Gesù
di Nazaret"
di Joseph
Ratzinger-Benedetto XVI
che la critica ha finora passato sotto silenzio. In essa il Papa accenna alla
via delle religioni che in Mesopotamia, in Egitto o nel mondo indoeuropeo hanno
aiutato l'uomo a scoprire la sua dignità, sono state all'origine della
formazione della società, della costruzione della "polis".
All'apice di questo percorso, Dio si manifesta ad Abramo. Cominciava, allora, il
tempo della Rivelazione. Come scrive Julien
Ries: «Alla lunga
ricerca dell'uomo, Dio risponde con la sua manifestazione». Da questo momento,
ha inizio il cammino della promessa che, come la stella dei Magi, sostiene il
viaggio delle generazioni: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te…
un profeta pari a me, a lui darete ascolto» (18,5). Il Nuovo Testamento, di
conseguenza, si apre con l'annuncio che l'antica promessa si è avverata, che
sul Nuovo Sinai, la Montagna delle Beatitudini, siede ora il nuovo Mosè, che
insegna non come un "rabbi" che arriva all'incarico dopo lunga
preparazione, ma come l'inviato di Dio. Più di Mosè che vide Dio solo di
spalle, egli può parlare del Padre, perché «Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv
1,18).
Questo permette al Papa di affermare che non solo vi è concordia tra Antico e
Nuovo Testamento, ma che l'alleanza stretta al Sinai e quella proclamata da
Gesù sul Monte delle Beatitudini è unica. Gesù è venuto per portare a
compimento, a pienezza l'alleanza. Così hanno insegnato quei personaggi umili e
grandi (il Magnificat) che hanno adempiuto la Legge e segnato il passaggio
dall'Antico al Nuovo Testamento. Il Papa pensa anzitutto alla Vergine Maria, ma
poi anche a Giuseppe, Zaccaria ed Elisabetta, a Simeone ed Anna e agli apostoli
tutti. Pii israeliti, essi non smisero di osservare la Legge e conservarono il
cuore puro, che li predispose alla chiamata di Colui che è più grande. Per
questo sono immagine tipo di tutti i discepoli di Gesù.
Si inserisce a questo punto il dialogo, che ha suscitato scalpore, tra il Papa e
il rabbino ortodosso americano Jacob
Neusner. Autore di
un volume dal titolo "Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù",
Neusner pone due importanti quesiti nella sua opera. Egli immagina di essere
contemporaneo di Gesù e di recarsi, piacevolmente sorpreso dalla fama che
precede il giovane Rabbi della Galilea, a sentire il Discorso della Montagna.
Non trova, tuttavia, alcunché di nuovo nella Torah di Gesù. Tutto gli era già
noto dall'Antico Testamento e dalle tradizioni rabbiniche fissate nella Mishnah
e nel Talmud. È inevitabile, allora, la domanda: perché è venuto Gesù, quale
è il senso della sua Torah rispetto a quella di Mosè? Risponde il Papa:
«Israele non esiste semplicemente per se stesso, per vivere nelle
"eterne" disposizioni della Legge, esiste per diventare la luce dei
popoli». Con il passare dei secoli era divenuto sempre più evidente che il Dio
di Israele era Dio di tutti i popoli e di tutti gli uomini. Gesù è venuto per
annunciare l'"eudochìa" di Dio, il suo beneplacito verso gli uomini
tutti. Del resto una delle immagini più care alla tradizione cristiana è
quella dei Magi, venuti a Gerusalemme per adorare il re dei Giudei (Mt 2,2).
«Alla luce messianica della stella di Davide, cercano in Israele colui che
sarà il re delle nazioni» ("Catechismo della Chiesa Cattolica", n.
528). Ricordato nell'Epifania, una delle grandi feste cristiane, l'episodio
manifesta il senso della venuta di Gesù: la realizzazione della promessa fatta
ad Abramo per la quale la grande massa delle genti entra nella famiglia dei
patriarchi e ottiene la dignità israelitica.
L'altra domanda sollevata da Neusner riguarda la divinità di Gesù. Egli legge
con interesse l'episodio del giovane ricco e come il Maestro di Nazaret guarda a
lui con simpatia. Ma perché il Maestro non si accontenta del suo rispetto della
Legge, perché gli chiede di vendere tutto e seguirlo? Non si pone, così, allo
stesso livello di Dio? San Giovanni e il Concilio di Nicea che hanno proclamato
la divinità di Gesù non si sono sbagliati. Gesù chiede veramente di essere
riconosciuto come Dio. Per questo il rabbino americano si allontana, mentre:
«Con tanta cortesia e gentilezza, egli mi saluta con un cenno del capo e va
via, per la sua strada. Senza "se" o "ma"…; proprio da
amici». Al distacco, tuttavia, segue un ultimo gesto di comunione, che è
particolarmente significativo per il rapporto fra ebrei e cristiani: alla sera
nella sinagoga: «Noi offriamo la nostra preghiera serale al Dio vivente. E in
alcuni villaggi lungo la valle, così fecero Gesù e i suoi discepoli e tutto
l'eterno Israele».
La pubblicazione di "Gesù di Nazaret" di Benedetto XVI è stata
affidata a un editore laico, forse un segnale rivolto agli uomini di cultura
perché si rendano conto della portata del dialogo ebreo-cristiano. L'invito,
tuttavia, è rivolto soprattutto agli ebrei. Come dicono il Papa e Neusner qui
non si tratta affatto di un dibattito per stabilire la superiorità di una
religione sull'altra ma di ritrovarsi nella discendenza di Abramo e di Mosè,
per coltivare l'amicizia e la fraternità nel riconoscimento dell'unico Dio.